12 anni schiavo, il film da Oscar di Steve McQueen

12 anni di schiavo - Una poltrona per tre

Se dovessi descrivere in poche parole 12 anni schiavo, il lungometraggio di Steve McQueen plurinominato agli Academy Awards (con ben 9 potenziali statuine d’oro), lo definirei un film da Oscar. In genere quest’espressione comune presuppone un giudizio più che positivo da parte di chi la pronuncia, ma in questo caso l’antonomasia va ridimensionata: 12 anni schiavo è un film creato per aggiudicarsi almeno un premio all’evento cinematografico dell’anno. Questo, a mio avviso, è quello che traspare durante la visione. Tratto da una storia vera molto drammatica, quella di Solomon Northup, cittadino libero che viene venduto con l’inganno come schiavo negli Stati Uniti del sud, descrive l’intolleranza e i disagi sociali del diciannovesimo secolo americano, quando essere un uomo o una donna di colore era uno svantaggio a tutti gli effetti. Le sfortunate vicissitudini di Solomon, raccolte poi in un libro da cui è ispirato il film di McQueen, ci restituiscono un’immagine probabilmente molto fedele di quel periodo, ma nulla di più. Niente da dire sulla cura dei dettagli e sull’impegno degli attori, ma se ciò che più rimane nella memoria del pubblico è la trama, qualcosa non ha funzionato come dovrebbe. 12 anni schiavo è un film potenzialmente ricco di pathos, che ben si presta a valorizzare la recitazione dei protagonisti e le scelte registiche. Nel primo caso merita un elogio il bravissimo Michael Fassbender, che nei panni del tiranno schiavista è più che convincente. L’espressione perennemente disperata del personaggio principale, interpretato da Chiwetel Ejofor, invece, a lungo andare ottiene l’effetto contrario a quello voluto, anche a causa della quantità davvero esagerata di primi piani fissi sul faccione dell’attore, estenuanti e spesso ridondanti. Va bene mostrare la violenza gratuita sugli schiavi, va bene raccontare la vicenda con salti temporali che colleghino presente e passato, che bisogno c’è di insistere sulla tristezza ovviamente costante di Solomon? Lo spettatore, esasperato da queste riprese ravvicinate, smetterà di immedesimarsi e potrebbe addirittura distrarsi. Steve McQueen ha fatto il compitino per la notte degli Academy e il risultato è un film serio, lungo, realistico ma privo di verve. Vedremo se questa scelta verrà premiata.

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