Django Unchained

django

Tarantino è tornato e anche questa volta non delude. Tre anni dopo Inglorious Basterds, il regista americano sceglie di nuovo un’ambientazione storica, quella del periodo della schiavitù e della tratta dei neri, offrendone, come è ovvio, una personalissima lettura.

I protagonisti sono Il Dottor King Schultz, ex dentista tedesco ora cacciatore di taglie, e lo schiavo liberato Django “Freeman”, interpretati da Cristoph Waltz e Jamie Foxx. I due  faranno coppia fissa alla ricerca di criminali da uccidere e della moglie di Django, ancora schiava a Candiyland, piantagione dell’eccentrico proprietario terriero Leonardo di Caprio.

Dopo le avventure europee dei Bastardi, questa volta si torna dunque negli Stati Uniti, in quel Sud la cui economia, e non solo quella,  poggia le  basi sul lavoro degli schiavi. Tarantino sceglie di rendere omaggio allo spaghetti western, prendendo titolo, colonna sonora e caratteri dei titoli di testa dal Django di Sergio Corbucci (1966) di cui Tarantino aveva già citato una scena in Reservoir Dogs (1992). Non si tratta di un omaggio a quel particolare film, ma  alla categoria dello spaghetti tutta. Tributi e citazioni al nostro cinema non si contano, una su tutte le musiche di Ennio Morricone, ed è questa la prima volta che Tarantino usa musiche originali per i suoi film. Tra gli altri autori John Legend, Pat Metheny, Riz Ortolani e lo stesso Jamie Foxx).

Detto questo e riaffermata la grande passione che Quentin ha per il nostro cinema in generale, resta il film: veloce e spietato come solo i film di Tarantino sanno essere, nonostante i 165 minuti di durata, mantiene viva l’attenzione dello spettatore e soprattutto è divertente, nell’azione e nei dialoghi. Sarà pure un giudizio riduttivo per quanti aspirano a fare il critico, ma la forza del film è proprio qui, Tarantino è stato accusato di utilizzare la Storia come semplice pretesto alla realizzazione di un film violento. Era stato così anche per Bastardi, ma c’è anche chi ha detto che vedere Django è un’esperienza catartica, assimilabile ad una seduta di psicoterapia. Giudizi estremi, ma al di là delle polemiche, riportando il giudizio a un livello più basso, allo spettatore che sceglie di investire dieci euro per vedere Django, possiamo dire che non rimarrà deluso. Quello che vedrà sarà un film “alla Tarantino”, forse il più spettacolare dei suoi, e forse quello con il cast meglio assortito, insieme a Pulp Fiction.

Usciti dalla sala si potrà discutere di tutto il resto,  la messa in scena della violenza può sembrare gratuita, il linguaggio è altrettanto crudo, il numero di volte in cui sentirete la parola “negro” nel film è imponderabile. Di un uso eccessivo di scene violente è stato detto di tutti i film di Tarantino, ma siamo sicuri sia poi così vero? Dov’è il problema se nel ritrarre il mondo della criminalità e della devianza sociale (come in Pulp Fiction e Le Iene) si mette in mostra l’aspetto reale di questi mondi? E a maggior ragione qui, dove l’ambientazione storica è abbastanza fedele alla realtà, scegliere una chiave di lettura che escluda la violenza dalla trama del film, non equivarrebbe forse a fare un torto alla Storia e all’intelligenza di chi sceglie di vedere il film? Quando si decide di mettere in scena particolari periodi storici o specifici lati dell’essere umano, è obbligatorio fare i conti con tutti gli aspetti in gioco, anche quelli brutti. Che poi Tarantino spettacolarizzi la violenza è un dato di fatto, ma non è il primo, né sarà l’ultimo a farlo. E comunque siamo grandi e vaccinati. Basta non portarsi dietro i bambini.

Ma voglio sbilanciarmi, se negli altri suoi film Quentin puntava su una messa in scena della violenza più orientata al puro intrattenimento, con Django riesce anche a far riflettere, mettendoci di fronte gli aspetti anche crudi della sottomissione degli afroamericani, le punizioni corporali, il loro utilizzo in combattimenti all’ultimo sangue, la mercificazione di quelli che agli occhi dei padroni bianchi altro non sono che pezzi di carne da vendere e comprare. Ecco accanto a questo ci sono le sparatorie e i flutti di sangue che ci si aspetta da un film di Tarantino, e Quentin non fa altro che dare allo spettatore proprio quello che vuole.

Insomma ci si diverte, ma c’è anche spazio per le idee e per un ottima colonna sonora. Da non perdere.

Giudizio dell'autore:

8 thoughts on “Django Unchained

  1. sono curioso di vedere se e quanto raccoglierà agli Oscar. la colonna sonora, straordinaria, non ha conquistato neanche la nomination!

  2. è vero JJ, ma almeno la canzone di Morricone cantata da Elisa Toffoli è stata nominata come miglior canzone, speriamo…
    Vero è che Di Caprio ancora una volta rimane fuori dalla corsa!

  3. Devo correggerti Silvio: la canzone di Elisa era stata inserita solo nelle pre-nomination… L’Academy ha preferito inserire nelle cinque nomination definitive altre canzoni…quindi nessuna speranza!

  4. Anche perché a bilanciare “l’imponderabile” numero di volte che viene utilizzata la parola Nigger c’è la scena con il KKK che secondo me da sola vale il film e rende a pieno lo spessore intellettuale del pensiero dei cappucci bianchi.

  5. Difficile vinca agli Oscar come miglior film; io punto sulla sceneggiatura: i dialoghi di Tarantino hanno uno stile inconfondibile.

    Per non parlare del “citazionismo” di Quentin, marchio di fabbrica a cui siamo abituati. In Django Unchained ci sono citazioni a tutti gli spaghetti western e tanto altro (ovviamente anche citazioni di sé).

    Una menzione a Christoph Waltz, sempre meglio, sempre ottimo. Speriamo vinca anche lui, anche se non serve un’altra statuetta per dire che è il migliore. Si era già capito con Bastardi senza gloria.

  6. Waltz intanto si è già aggiudicato il Globe, speriamo sia premiato anche dall’Academy. Poi nel 2013 sono in uscita altri due film con lui, tra l’altro in un o interpreterà Gorbaciov !!!

  7. concordo su tutto. Ottimo film, la trama è ben costruita perché, come in tutti i film del mitico Quentin è sostenuta e resa corposa dai dialoghi magnifici, così pieni di quell’ironia intelligente che fa riflettere sul senso della storia o della singola scena. Come non ricordare di nuovo il geniale dialogo tra i maledetti cappucci bianchi che vengono sminuiti e resi dei veri e propri animali da deridere? Certo, si sa, la violenza è uno dei principali ingredienti dei film tarantiniani ma si percepisce sempre la passione che il regista ci mette: perché per lui dirigere diventa un gioco a cui può partecipare solo uno spettatore pronto a stare alle sue regole. Viva Django! E viva il cast perfetto che ha reso questo gioco uno spettacolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *