Dunkirk

poster dunkirk

Nolan ha un suo modo di raccontare una storia, prendendone i brani e disponendoli su linee temporali diverse. Il tempo è l’elemento centrale dei suoi film e il regista britannico ci gioca o con l’aiuto del montaggio (vedi Memento), oppure tramite la scienza (Interstellar, Inception).

In Dunkirk predilige il montaggio, raccontando l’imponente ritirata dell’esercito inglese dalla cittadina francese durante la Seconda Guerra Mondiale da 3 punti di vista diversi, che corrono su 3 linee temporali: 1 ora, 1 giorno, 1 settimana.

Girato con pellicola in 70mm, il film di Nolan apre spazi enormi, mostrandoci la spiaggia (il molo), il mare e l’aria, con sequenze serrate che si alternano a ritmo di una colonna sonora perfettamente orchestrata da Hans Zimmer, atta ad aumentare l’ansia e a scandire il tempo.

Dunkirk rappresenta uno nuovo modo di raccontare la guerra: non più i massacri e le epopee di Spielberg (Salvate il soldato Ryan) o le esaltazioni patriottiche di Eastwood (American Sniper, Flags of our fathers, Lettere da Iwo Jima) o le cifre stilistiche uniche e irraggiungibili di Kubrick (Full Metal Jacket), di Stone (Platoon), di Coppola (Apocalypse now) e di Cimino (Il cacciatore).

Nolan recupera un evento chiave della IIGM per i britannici: una ritirata che sembra una disfatta, ma porta con sé un messaggio chiarissimo, cioè quello di non arrendersi mai di fronte al nemico. Il nemico, in questo caso, sono i nazisti; ma è un nemico che, per tutto il film, non si vede, resta fuori dalla macchina da presa. Oltre a essere un espediente per aumentare il senso di ansietà, si vuole affermare che oggi tutti noi siamo sulla spiaggia di Dunkirk, in attesa di salvezza e con un nemico che ci sta accerchiando. Le interpretazioni si sprecano, ma il rimando all’attualità è evidente.

I protagonisti sono giovani soldati, ragazzi che vogliono semplicemente tornare a “casa”, senza alcuna pomposa campagna patriottica. Quando all’ammiraglio (bravissimo Kenneth Branagh) viene chiesto che cosa vede, mentre osserva dal molo con il binocolo le barche di civili, pescatori, donne e uomini, risponde: “Home” (ndr tradotto in italiano con Patria).

Casa, a cui tutti vogliono tornare, fuggendo dal nemico e dalla sconfitta certa. Tutti si aspettano che a “casa” il popolo sia deluso, arrabbiato per la pesante rotta. Winston Churchill e le alte cariche dell’esercito (di cui si accenna soltanto) avevano deciso di non inviare potenze militari navali, per averle a disposizione nella guerra che da lì a breve sarebbe scoppiata sul suolo inglese. I civili rispondono, con le loro barche che fungeranno da traghetto, con un senso di responsabilità inequivocabile (“Siamo noi ad aver voluto questo guerra, perché dovremmo mandarci i nostri figli?” dice un reduce della I GM, interpretato da Mark Rylance.

Bello l’intreccio, che si risolve nella scena finale in cui si riuniscono le tre linee temporali. Un film vero, dove si vive la guerra in primo piano, grazie alla regia che segue i protagonisti, immergendosi nei momenti, negli istanti che decidono la vita e la morte (il bombardamento tedesco sulla spiaggia, l’affondamento delle navi, i combattimenti aerei).

Dunkirk è la guerra, è la resistenza nei confronti di un nemico, ma è soprattutto l’umanità di tutti noi, che, a fronte di un Male troppo potente, cerca la salvezza, cerca “casa”. Non in segno di una definitiva sconfitta, ma per resistere. Il discorso finale (pronunciato da Winston Churchill) è letto da un giovane soldato su un giornale,  mentre rientra sul treno verso casa: “We shall never surrender!“. La battaglia è persa, ma la lotta è appena iniziata.

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