La grande scommessa – film da Oscar?

La grande scommessa - Una poltrona per tre

Siamo in periodo Oscar, un periodo caldo, anzi, bollente. È il momento in cui registi, attori, sceneggiatori, produttori  – e tutti coloro che partecipano alla creazione di pellicole per il grande schermo – sfoderano i loro assi nella manica, certi di ottenere la nomination e, chissà, l’ambita statuina dorata.

Come ogni anno non mancano i polpettoni filo-americani a ripercorrere la vita di presidenti e grandi personaggi che hanno fatto la storia, così come drammi che raccontano le problematiche sociali e umanitarie, come la schiavitù, il riconoscimento dei diritti dei neri, degli omosessuali, delle minoranze, chi più ne ha più ne metta. Perdonate il cinismo, il più delle volte il risultato è una ricca scelta di bei film, con virtuosismi delle star di Hollywood da standing ovation.

Ma quanti di questi prodotti cinematografici possono ritenersi davvero intelligenti? A nostro parere, La grande scommessa rientra nella lista. Il film, tratto dal libro di Michael Lewis, prodotto da Brad Pitt e diretto da Adam McKay, merita le nomination ottenute. Perché? Prima di tutto perché riesce a raccontare al grande pubblico una storia difficile, una vicenda purtroppo pregnante per la nostra situazione socio-economica attuale, che probabilmente sono in molti ad ignorare o a non conoscere nei dettagli. La grande scommessa parla della bolla immobiliare del 2008, il momento di maggiore crisi economica per l’America e, di conseguenza, per il mondo intero. Che noia, direte voi. E invece no, questo film è un reportage ironico e scanzonato di un dramma che ci coinvolge tutti in prima persona. Il bello è che regista e sceneggiatori ci fanno capire le complicate dinamiche di questo meccanismo malato, attraverso le vicende reali di alcuni protagonisti dell’economia americana. Come annunciato a inizio film, furono in pochi a capire cosa stesse realmente accadendo e a prevedere questo disastro.

Questi pochi sono interpretati da attori di grosso calibro come Christian Bale, Ryan Gosling, Steve Carell e Brad Pitt, affiancati da un ottimo cast di personaggi secondari. Inutile spiegarvi qui la trama, basta aver letto i giornali per sapere di cosa stiamo parlando. La genialità di questo film è data dal ritmo dinamico, dal susseguirsi di scene recitate tradizionalmente e di spezzoni in cui l’attore si rivolge direttamene in camera, rompendo la quarta parete e rendendo più attuale e palpabile il racconto.

La presenza di Adam McKay, noto per la sua comicità e il suo umorismo, si nota nella carica fortemente ironica, a tratti sarcastica, che permea l’intera narrazione. L’idea di introdurre momenti didascalici con protagonisti personaggi assurdi ed esterni alla trama è uno dei tanti espedienti utilizzati.

Inutile ribadire la bravura degli attori principali: perfetto Christian Bale nel ruolo del disturbato genio dei fondi Michael Burry, Gosling nei panni del cinico Jared Vennett e ottimo il rabbiosissimo Carell, alias Mark Baum. Ah già, divertente il tenebroso Brad Pitt, che si diverte a fare il guru della finanza convertitosi a una vita green e sostenibile.

Il film, oltre a spiegarci l’economia in un momento così delicato, ci intrattiene e ci fornisce materiale su cui riflettere: la strafottenza di chi si finge competente nel proprio mestiere,  il ruolo enorme delle apparenze, il menefreghismo nei confronti del prossimo sono tutto ciò cu sui la società pare fondarsi, senza solide basi su cui poggiare. Come i fondi immobiliari portano al crollo dell’economia, così la falsa etica fa crollare le maschere degli incompetenti e dei disonesti. Purtroppo, però, rimangono tutti impuniti e il circolo vizioso ricomincia. Anche coloro che avevano intuito la verità, in fin dei conti, mirano ad arricchirsi, intuiscono il dramma umano della crisi ma si assoggettano al Dio Denaro. Assolutamente calzante la frase pronunciata da due protagonisti del film all’interno della sede di Wall Street “credevo fosse un posto da adulti”. Inutile giocare come colossi se alla base non c’è un vero valore.

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