Hugo Cabret

hugocabret1

Ecco che esce nelle sale italiane il nuovo lungometraggio di Martin Scorsese. Ed ecco che, inevitabilmente, ogni fan che si rispetti si siede in poltrona davanti al grande schermo, fiducioso e curioso. Fiducioso, perché i film di Scorsese si rivelano sempre lavori ben pensati e realizzati. Curioso, perché non solo cambia genere ma sperimenta anche il 3d.

Così nasce Hugo Cabret, una storia fantastica tratta dal romanzo di Brian Selznick, che racconta di Hugo, un orfano vagabondo nella stazione di Parigi negli anni ’30, con un automa meccanico come unica eredità lasciatagli dal padre. Il segreto custodito da questo uomo di ferro è la chiave attorno a cui gira tutto il film, che si rivela un elogio al cinema delle origini, con citazioni e stralci appartenenti ai padri del grande schermo. Con Hugo Cabret, Scorsese si è aggiudicato il Golden Globe come miglior regista ed è in lizza per gli Oscar con ben 11 nomination, tra cui miglior film dell’anno.

C’è da dire che le scelte di regia, tutte orientate verso l’ottimizzazione del 3d, si sono rivelate efficaci, offendo al pubblico scene dinamiche e graficamente apprezzabili. Anche la fotografia è molto originale, conferisce quell’atmosfera fiabesca necessaria alla narrazione della storia. Il cast funziona, i bambini protagonisti, Asa Buttefield (già noto per Il bambino con il pigiama a righe) e Chloe Moretz (finora apparsa in film horror e nella trasposizione cinematografica del fumetto Kick Ass, nei panni di Hit girl), interpretano i ruoli alla perfezione, collaborando con attori del calibro di Ben Kingsley e Christoher Lee e con il divertente Sacha Baron Cohen che veste i panni di un goffo e burbero capostazione.

Ma, nel complesso, al film manca quella verve che ci si aspetta dal trailer. Con una storia così intricata e poetica, Scorsese sembra non aver trasmesso quell’entusiasmo che permea le avventure di Hugo, quel non so che grazie al quale ogni scena si lega alle altre in un mirabolante meccanismo spettacolare. Senza questo elemento dinamico, la trama si dipana lentamente, attraverso scene statiche e spesso anche un po’ pesanti per il target a cui è indirizzato, o ci si aspetta che lo sia, un film del genere. Allo spettatore fiducioso rimane così quell’amaro in bocca, dato dalla disarmonia tra forma e contenuto. In questo nuovo esperimento di Scorsese, la staticità proprio non ci voleva.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.