Il paradiso degli orchi

Il paradiso degli orchi - Una poltrone per tre

Cristina – Chi ha letto Il paradiso degli orchi di Daniel Pennac sicuramente storcerà un po’ il naso o, per lo meno, si farà qualche domanda sull’omonimo film appena uscito nelle sale. Per esempio, si chiederà perché mai il regista e sceneggiatore Nicolas Bary abbia cambiato così tanti elementi. In fondo, non era impossibile rimanere fedeli al romanzo originale. Eppure, nonostante la diversità tra libro e film, e nonostante la grandissima ammirazione per le opere di Daniel Pennac, mi sento in dovere di considerare il lavoro cinematografico di Bary da un punto di vista più oggettivo. Lo stesso autore, sempre propenso alle novità, ha espresso la propria curiosità per la trasposizione sul grande schermo, consapevole che non sarebbe mai stato possibile un confronto: se il libro è stato scritto 30 anni fa, con un esplicito riferimento alla situazione socio-politica di allora, il film è ambientato ai giorni nostri, girato da un regista giovane con una visione del mondo differente. E se Pennac  ha accolto questo tentativo cinematografico di un suo giovane e intraprendente ammiratore, perché non farlo anche noi?

In effetti, se non avessi mai letto il libro, Il paradiso degli orchi – film mi avrebbe soddisfatto abbastanza. L’atmosfera creatasi durante ogni scena è positiva, i personaggi sono tutti molto interessanti e, pur non essendoci il tempo di approfondirne le personalità, destano la curiosità dello spettatore. La vicenda nasconde un antico mistero che si svela a poco a poco, ma questo non permette al film di trasformarsi in un thriller o di angosciare il pubblico. A dominare è sempre la presenza di Benjamin Malaussène (Raphaël Personnaz), il capro espiatorio dall’aria tenera che deve prendersi cura di una ciurma scapestrata di fratelli e sorelle.  La bellissima zia Julia (Bérénice Bejo) capita nel bel mezzo della storia per poi entrare a far parte della combriccola e il film diventa un quadro da completare, dove ogni elemento è fondamentale per comporre il finale, per tranquillizzare lo spettatore nonostante i tristi imprevisti della trama. La conflittualità è praticamente nulla, perché tutto diventa divertente quando c’è di mezzo Malaussène. Insomma, nel complesso la visione risulta davvero piacevole, un bel filmettino francese che racconta le vicende di una famigliola bizzarra.

Ovviamente, nulla a che vedere con il bellissimo e intricato romanzo di Pennac.

 

Daniele –

Au bonheur des ogres è il primo romanzo del ciclo di Malaussène, il capro espiatorio creato dalla penna di Pennac.

 

La famiglia Malaussène è ricca di personaggi bizzarri, ognuno dei quali meriterebbe una recensione a parte. La varietà però fa sì che si crei un intreccio tra assurdo e realismo, là dove si innesta il giallo delle esplosioni ai grandi magazzini.

La difficoltà di rendere a schermo tale varietà si vede e si percepisce con il procedere del film, che resta inevitabilmente su un livello superficiale, andando a toccare quando può questa ricchezza di stile di Pennac.

Contano anche gli anni di differenza: il romanzo è infatti del 1985, un periodo completamente diverso, così come ammette lo scrittore in un’intervista.

Il film di Nicolas Bary cerca di rendere l’effetto di assurdità tramite colori sgargianti e la caratterizzazione marcata dei personaggi (cosa che si legge anche nel romanzo). Ma tutti i componenti della famiglia risultano macchiette di se stessi, senza una profondità psicologica, ma piuttosto una sorta di maschera appiccicaticcia (e quindi sgradevole). Se i personaggi del romanzo si amano (o si odiano a seconda dei gusti personali), i caratteri di quelli del film lasciano indifferenti, senza cioè la creazione di un legame diretto con lo spettatore.

Il tentativo goffo di rendere una commediola fallisce per chi ha letto il libro, ma nel complesso può risultare un film gradevole per chi non ha avuto esperienza dello stile di Pennac.

Nel finale si pongono già le basi per il seguito. Inutile dire che sarà meglio riprendere i libri.

 

Giudizio dell'autore:

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