La grande bellezza

La grande bellezza - Una Poltrona per Tre

Roma si sveglia alle prime luci dell’alba. Jep Gambardella torna verso casa, percorrendo le vie della città, il lungotevere, cortili e si rinfresca ad una fontana mentre si diverte a osservare l’inizio della giornata romana.

Jep Gambardella è uno scrittore, critico, giornalista; nella sua vita ha scritto solo un libro. Poi il blocco, semplicemente perché non aveva altro da dire. Da Napoli a Roma, dove il primo e unico obiettivo era quello di diventare il re dei mondani, di avere il “potere di far fallire una festa”.

La grande bellezza è un insieme di piccoli episodi colmi di ironia e malinconici che ritraggono uno spaccato di una mondanità annoiata e sostanzialmente vuota. Una mondanità che si riempe di feste, trenini, ballerini, alcool e soprattutto si riempie di parole, cercando così di distrarsi ed elevarsi dalla piattezza umana che li contraddistingue. Una descrizione che sembra ripercorrere la narrazione del Grande Gatsby (più incentrato su una storia d’amore e sulla grande nostalgia del passato).

Jep Gambardella (Toni Servillo in piena forma) si esibisce così in monologhi pungenti, veri, salaci. L’unico, forse, consapevole di prestarsi ad una vita teatrale, finta, l’unico che comincia a prendere coscienza di sé. In un percorso finale – quasi di redenzione alla ricerca di un qualcosa di stabile – Jep si stacca dalla mondanità ritornando alle radici, alle sue origini che sono poi quelle di tutti: la gioventù, l’amore per una ragazza, una serata indimenticabile, la prima volta in cui si è fatto l’amore. Quegli sparuti sprazzi di bellezza che, nonostante si possano nascondere sotto il chiacchiericcio e il rumore, sedimentano.

La regia di Sorrentino, molto presente, descrive Roma, una città che subisce e sopporta. Roma come città ne esce splendidamente, mentre non mancano le critiche rivolte a tutti coloro che la abitano (e che potrebbero abitare qualsiasi altra città italiana). Lo stile barocco decadente, che ricorda sicuramente Fellini – paragone fin troppo ovvio, si orna di un grande nulla. Ogni episodio (significativo o ornamentale) costruisce un grande mosaico colorato, nel culmine della disperazione. In questo grande mosaico si muovono più personaggi (ancora il richiamo a Fellini con lanciatori di coltelli, nani, sante, bambini, preti, soubrette…), ma sono pochi quelli che riescono a toccare veramente Jep (tra tutti la spogliarellista interpretata dalla Ferilli e la suora proclamata beata).

Il film, unica presenza italiana a Cannes, merita per le ambientazioni, per la fotografia, per Roma, per Toni Servillo (e anche per la prestazione di Verdone e Ferilli). Merita perché Sorrentino è l’ultimo baluardo del cinema italiano, ridotto ormai a commediole e sceneggiature terrificanti, simili a quei trenini sulla terrazza della casa di Jep Gambardella: festosi, deliranti, ma che non vanno da alcuna parte.

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