La mafia uccide solo d’estate

La mafia uccide solo d'estate - Una poltrona per Tre

Pierfrancesco Diliberto (detto Pif) entra nelle sale cinematografiche con il suo film “La mafia uccide solo d’estate” debuttando come regista e attore: un indiscutibile successo.

Pif dimostra le sue doti davanti e dietro la telecamera senza abbandonare quel sapore polemico ma sensibile che caratterizza anche il suo programma televisivo “Il testimone” (dal 2007 su MTV).

La trama del film è semplice ma non per questo banale, anzi: è la storia di un bambino, Arturo, che vive a Palermo, la cui vita è inevitabilmente condizionata, più o meno direttamente, dalle importanti vicende mafiose che ora noi conosciamo come parte della storia italiana.

Con l’ingenuità e la sincerità che solo un bambino possiede, vediamo drammatici eventi rincorrersi nel tempo quasi in modo divertente, ridicolo, in parte privati della gravità e della consapevolezza con il quale li osserverebbe un adulto, ma non per questo trattati con leggerezza.

Niente a che vedere con l’intensità e la crudeltà di film come può essere “I cento passi” (film al quale, oltretutto, lo stesso Pif ha collaborato), ma indubbiamente da questa pellicola traspare una malinconica delicatezza che permette allo spettatore di percepire quegli avvenimenti come reali, avvenimenti che hanno coinvolto persone umane e non solo “lo stato” o “la sicilia”.

Tutto ciò raccontato da un bambino che in effetti per gran parte del film, più o meno consciamente, parteggia per personaggi filomafiosi.

Nonostante sia rischioso affidare la recitazione quasi esclusivamente a dei bambini, questi si sono rivelati sufficientemente teneri e capaci nei loro rispettivi ruoli, compresa Flora che nell’età adulta viene interpretata da Cristiana Capotondi.

E’ sicuramente nel complesso un film incentrato sui contenuti più che sui virtuosismi tecnici, anche se interessante è l’utilizzo di filmati reali dei funerali (Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa) accostate alla finzione del film e addirittura miscelate con un abile utilizzo della fotografia.

Dal punto di vista contenutistico invece ritengo sia molto importante il messaggio di base che Pif ha voluto espressamente comunicare: certe cose terribili sono successe e tutti ne sono a conoscenza, ma non basta ricordarle il giorno della loro ricorrenza: bisogna insegnare ai posteri quello che è stato vissuto, imparato, sofferto. E non solo perché ne rimanga il ricordo, ma perchè il futuro sia popolato da persone consapevoli, preparate e combattive nei confronti di vicende che hanno preso fin troppo spazio nel panorama della storia italiana.

Il lieto fine non stupisce, ma si estende appunto a qualcosa di più che la semplice vicenda del protagonista. Non è un modo, come spesso accade, per accontentare lo spettatore bensì una via per trasmettere qualcosa in un modo alternativo rispetto alla cruda drammaticità con cui siamo spesso portati a guardare certi argomenti.

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