Oscar 2015: vincitori e vinti degli Academy Awards

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Che cos’è la finzione? Nel dizionario è definita “ricostruzione della realtà” e “invenzione della mente”, due significati che ben si prestano a rappresentare i film in lizza per gli Oscar 2015. Se prendiamo la prima definizione, possiamo considerare tutti quei film basati su storie reali o già scritte, che raccontano le vite di personaggi straordinari. E allora ci vengono in mente Selma, The imitation game, La teoria del tutto, Whiplash, Foxcatcher, Still Alice e American sniper. D’altro canto, invece, le invenzioni della mente ci portano a vedere Birdman, The grand Budapest hotel  e – perché no? – Boyhood. Una dicotomia niente male per il panorama cinematografico, che pare aver diviso anche la giuria degli Academy Awards.

Film e registi: cosa ha funzionato?

I registi dei film più realistici non sono stati premiati, a tutto vantaggio di grandi artisti come Wes Anderson e Alejandro Gonzalez Inarritu. Il primo ha avuto la genialità di dirigere una storia ricca di colori, costumi ed effetti surreali con The grand Budapest hotel, il secondo ha creato qualcosa di unico, aggiudicandosi addirittura l’Oscar alla regia, alla miglior sceneggiatura originale e al miglior lungometraggio. Forse, e qui lo affermo a piena voce, girare un film basato su un libro o una vicenda realmente accaduta può risultare un lavoro meno creativo agli occhi dello spettatore, almeno per quanto riguarda la troupe dietro all’obiettivo. Parlando invece di interpretazioni, ecco che a vincere sono gli attori in grado di rappresentare personaggi veri, noti per le loro vicissitudini fuori del comune.

Gli attori da Oscar

Qui ci vuole un po’ di cinismo: se consideriamo la maggior parte dei vincitori degli ultimi anni, prendiamo per esempio le edizioni dal 2010 in poi, abbiamo un balbuziente (Colin Firth), due simil-schizofreniche (Natalie Portman e Jennifer Lawrence), un malato di Hiv (Matthew McConaughey) e un’esaurita patologica (Cate Blanchett). Quest’anno, a completare la lista, abbiamo un malato di atrofia muscolare progressiva (Eddie Redmayne) e una donna affetta da morbo di Alzheimer precoce (Julianne Moore). Trasporre sul grande schermo condizioni simili è sicuramente un lavoro premiante per l’attore, una prova di grande profondità d’animo. Rendere note le storie di personaggi straordinari, che nonostante i loro problemi, apparentemente invalicabili, ottengono successo è una missione nobile, che rende questi attori degni della più grande stima. È il trionfo del lato umano e anche quest’anno lo abbiamo visto con La teoria del tutto e Still Alice. Magra consolazione per i registi, che sono invece stati surclassati dai più pazzi ed eccentrici. Questa è la dimostrazione che il cinema può fare tutto: può farci credere a Birdman e Big Hero 6, ma può anche farci riflettere sulla storia attuale e non. E attenzione, non funziona unire le due cose, lo dimostra American Sniper, che non ha avuto nessun riconoscimento (ok, ha vinto il miglior montaggio sonoro, sai che soddisfazione).

Due vincitori emozionanti

Una breve considerazione sui due protagonisti vincitori: straordinario ed emozionatissimo Eddie Redmayne, che per la gioia è ripiombato nella gestualità inconsulta ricordandoci quasi una scena del suo film; nobilissima Julianne Moore, che finalmente ha brandito l’ambita statuina dorata, lanciando un messaggio profondo e fondamentale per una popolazione ahinoi sempre più colpita dall’Alzheimer. Equilibrata la conduzione di Neil Patrick Harris, simpatico ma non esageratamente irriverente. Certo, Hellen aveva una marcia in più, ma lui sa cantare!

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