Shame

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Shame è la storia di un uomo che ha tutte le libertà del mondo occidentale ma ha fatto del proprio corpo la sua prigione. Brandon (Michael Fassbender) è un trentenne di successo che vive in un confortevole appartamento di New York. Per evadere dalla monotonia della vita d’ufficio seduce le donne, dividendosi tra una serie di storie senza futuro e incontri di una notte. Il ritmo metodico e ordinato della vita di Brandon, però, entra in crisi con l’arrivo imprevisto di sua sorella Sissy (Carey Mulligan), ragazza ribelle e problematica. La sua presenza dirompente spingerà Brandon a inoltrarsi nelle pieghe più oscure dei bassifondi di New York, per sfuggire al difficile rapporto con la sorella e ai ricordi che risveglia in lui. 

Shame indaga la natura profonda dei nostri bisogni, il modo in cui affrontiamo la nostra vita e le esperienze che ci segnano”.

…oh, che poi io sto McQueen mica lo conoscevo.

shame_locandina_e_trailer1Arriviamo al cinema e vedo una locandina col titolo del film (Shame, appunto), il nome del protagonista (Fassbender) e poi un cognome di un attore famoso e morto attaccato subito sotto. La prima cosa a cui ho pensato è stata l’arroganza di un regista che sfrutta un caso di omonimia per mettersi in mostra. Poi oggi ho scoperto che:

1) non posso studiare cinema senza conoscere un minimo registi che non siano americani e/o pieni di soldi per girare film.

2) che il suddetto McQueen è vero che se la menicchia ma che comunque qualcosa di buono (…) ha fatto, tipo vincere la Caméra d’or a Cannes per la miglior opera prima con Hunger nel 2008 ed essere un video artista che ha esposto le sue opere un paio di volte alla Biennale di Venezia.

«Gio smettila di scrivere cose inutili che tanto lo sanno tutti che le hai lette su wikipedia e comincia a parlare del film…». Va bene. Sin dall’inizio, stante il fatto che fossi un po’ prevenuto, Shame mi è sembrato un film abbastanza fine a sé stesso.

Mi spiego: la prima cosa che salta all’occhio a guardarlo sono i continui virtuosismi della macchina da presa, un incessante alternarsi di apprezzabilissime focali corte e giochi di specchi, dotate sicuramente di significato ma che sembrano solo voler giustificare e/o rimarcare l’ingombrante presenza del suddetto Steve sin dalla locandina. Intendiamoci, da questo punto di vista lui è un mostro, è bravissimo, ma in più punti ci sono scene che diventano didascaliche e banali nel loro voler essere artistiche a tutti i costi. E questo, se non sei uno studente del Dams che gode ad ogni piano-sequenza, è male. Se poi si aggiungono citazioni continue della Nouvelle Vague [la scena del palazzo con più finestre e più sguardi di Monsieur Hulot, un piano sequenza in carrellata di Michelino Fassbender che corre richiamando I 400 colpi (ommioddio che infelice uscita associare un siffatto titolo ad un film sulla sessodipendenza…perdonate la banalità)] si ha la prova che un po’ di autocompiacimento ci sia.

(l’autocompiacimento ce l’ho anch’io che ho appena usato le parentesi quadre prima delle tonde)

La seconda cosa che viene fuori da Shame è l’omnicomprensiva freddezza di tutto il film, che riguarda il suo protagonista, le atmosfere e delle sensazioni che lascia agli spettatori, e che mi ha lasciato con la fatidica domanda: «ho assistito ad un bel film o solo ad un esercizio di ottimo stile?». Perché si tratta di una storia di sesso dipendenza, di un protagonista freddo col quale lo spettatore (anche per abitudine cinematografica) è portato ad empatizzare ma in questo caso non ci riesce , perché comunque Michelino Fassbender a fare il monofaccia preso male è davvero bravo, perché ogni azione nel film è tendente ad un solo obiettivo ma allo stesso tempo è senza senso, una gelida e morbosa ossessione, e tutto il tormento presente nel film ricade su chi lo guarda, e se qualcuno si aspetta una soluzione a questo presomalismo cosmico ne avrà da aspettare.

Dopo tanto tempo riesco a rivedere i miei pensieri e rivalutare il film, che a caldo, appena uscito dal cinema, mi sembrava abbastanza inutile: il suo non dare risposte è la via più giusta per non giudicare e al tempo stesso per mostrare la desensibilizzazione e l’ossessione nei confronti prima del sesso, e in seconda battuta della sessualità, fili conduttori della comunicazione nella società odierna, dove il “dovere fare sesso a tutti i costi” è inculcato anche nelle pubblicità delle merendine (è un discorso molto più ampio che occuperebbe migliaia di pagine, qui ho usato un esempio molto riduttivo). Nel film non sono però indicate cause, né ci sono risposte. Chi ha voglia di prendere posizione la prenda, ed è la conclusione più giusta.

La buona notizia in tutto ciò è vedere che si sta profilando al cinema una via di mezzo tra un tipo di cinema “europeo”, attento all’artisticità dei film e più aperto alla sperimentazione, e “americano”, quindi con molti fondi a disposizione di registi bravi e che hanno da dire qualcosa e lo fanno in modo originale. A vedere i sodalizi tra attori “belli e non banalmente famosi” e registi “europei validi e affermati artisticamente prima che commercialmente” (Fassbender – McQueen, Gosling – Refn) forse qual cosina si può sperare. Incrociamo le dita.

 

One thought on “Shame

  1. A me non è piaciuto particolarmente. Non mi ha colpito là dove, credo, avrebbe dovuto colpire: nello stile registico e nel tema.

    Quel che rimane alla fine del film è una profonda tristezza per il personaggio e un senso di inutilità, in un finale tragico che non porta a nulla. Non ho ancora capito perché lo abbiano osannato così tanto.

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