Studio Ghibli

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Nel 1982 iniziava la pubblicazione del manga Nausicaä della Valle del vento, nato dalla matita di Hayao Miyazaki. Si potrebbe iniziare da qui a raccontare la storia dello Studio Ghibli, nato ufficialmente nel 1985, ma ideato probabilmente qualche anno prima.  Il nome deriva dal vento caldo libico che soffia nel deserto, chiamato appunto Ghibli; Miyazaki battezzò lo studio con questo nome per dare dimostrazione dell’entusiasmo e della determinazione nel creare qualcosa di nuovo e sensazionale nel mondo dell’animazione giapponese.

Miyazaki, insieme al suo collega e mentore Isao Takahata, apre lo Studio Ghibli che al suo attivo ha già un primo film d’animazione: si tratta della trasposizione del manga Nausicaä.  Il film, in ambientazione post apocalittica, delinea dei temi che resteranno comuni a tutta la produzione di Miyazaki: ecologia, pacifismo e la presenza di personaggi negativi, il più delle volti spinti ad agire da ragioni profonde, ma sostanzialmente sbagliate.

La carriera di Miyazaki è un susseguirsi di capolavori, creati alla perfezione proprio per una filosofia ben precisa assunta dallo studio.  Se da una parte lo studio rifiuta categoricamente che nella distribuzione estera le pellicole vengano manomesse con dei tagli – questione, questa, più tecnica, dall’altra lo studio può fregiarsi di essere, dal 2008, l’unico studio di animazione giapponese ad usare tecniche di disegno tradizionali per i suoi film, andando contro la tendenza generale nell’utilizzare la computer grafica.

Nel 1988 Miyazaki firma Il mio vicino Totoro, il cui personaggio verrà poi utilizzato come simbolo dello studio Ghibli. In Totoro si mescolano i ricordi del regista con una storia fantasiosa, densa però di poesia e significato, capace di trasmettere anche a un pubblico infantile tutto l’amore per la natura e per la famiglia; il sogno si mescola alla realtà ed è difficile tracciare un confine tra i due mondi. In Italia Totoro arriva nelle sale soltanto nel 2009, ma riscuote un successo notevole, nonostante sia stata fatta poca campagna pubblicitaria. La Pixar omaggia questo film in Toy Story 3, con un grosso pupazzone di Totoro nella casa di Bonnie.

Il 1992 è l’anno di un altro capolavoro: Porco rosso. Miyazaki è un appassionato di aerei e lo dimostra in pieno in questo film.  Pur avendo un’ambientazione molto diversa rispetto ai canoni di Miyazaki, Porco rosso ha un fascino del tutto particolare e ricalca come sempre i temi cari al regista. La metafora dell’uomo trasformato in maiale innesca diverse interpretazioni, andando a toccare anche tematiche religiose: nel buddhismo, infatti, il maiale rappresenta i difetti dell’uomo. La trasformazione in maiale, che si vedrà poi anche ne La città incantanta, si può vedere in chiave storica: il protagonista, infatti, è un aviere italiano, unico superstite di un misterioso incidente durante la Prima Guerra Mondiale, in cui hanno perso la vita tutti i suoi compagni. Marco, questo il nome dell’aviere, si schiera apertamente contro il regime fascista (da qui il titolo Porco rosso), ma allo stesso tempo è messo sotto una cattiva luce, per essere l’unico sopravvissuto alla battaglia aerea in cui sono morti tutti i suoi compagni, fatto considerato disonorevole per i giapponesi. In Italia è sbarcato nelle sale soltanto nel 2010.

Nel 1997 esce Princess Mononoke, in cui il tema sull’ambiente torna in primo piano.  Miyazaki lo affronta mescolandolo al mito giapponese: una lotta tra i guardiani che proteggono la foresta e gli umani che vogliono sfruttare le risorse che offre l’ambiente, senza averne però alcun rispetto. I disegni di Miyazaki ci portano dentro la foresta, offrendoci veri e propri quadri, ricchi di fantasia e di leggerezza; il suo tocco, riconoscibile e ormai unico, è in grado di dare vita a una serie di personaggi straordinari, sia per le loro fattezze, sia per la loro personalità.

La fantasia di Miyazaki esplode in tutti i suoi colori e in tutte le sue forme ne La città incantata, che si porta a casa l’Oscar per il Miglior Film d’Animazione , l’Orso d’oro a Berlino  e molti altri premi. Considerato il suo capolavoro, La città incantata è di una ricchezza rara, impreziosita anche dall’ennesima collaborazione con Joe Hisaishi  (assiduo partner anche di Takeshi Kitano) per la colonna sonora. Ancora una volta la trama si lega a una favola, lunga e delicata, basata su temi come l’amicizia, la semplicità d’animo, il coraggio e l’immancabile amore per l’ambiente – fortissimo il riferimento all’inquinamento dei fiumi, sviluppato in maniera geniale in una scena del film. Gli ambienti che Miyazaki ci mostra sono fotografie, sono spaccati di un mondo incantato – appunto – che solo un uomo con un dono può realizzare. Anche il più semplice dei paesaggi riesce a trasmettere tranquillità ed è in grado di riappacificarti con l’ambiente, con la natura. La bellezza delle immagini è un piacere per gli occhi, in un turbinio di colori e figure.

Miyazaki si ripete ancora, firmando Il castello errante di Howl e Ponyo sulla scogliera; nell’ultimo periodo è stato presentato Arietty, uscito sì dallo studio Ghibli, ma dalla matita di Hiromasa Yonebayashi. Oltre a Miyazaki, infatti, lo studio conta circa 150 persone, impegnate a disegnare manualmente, secondo la vecchia tradizione, ormai cancellata dalla computer grafica. Nel 2006 è uscito il primo film diretto dal figlio di Miyazaki, Goro, intitolato I racconti di Terramare.

Lo Studio Ghibli è una rarità, un piccolo mondo da cui escono grandi capolavori; una pietra miliare per il cinema, in grado di distribuire in tutto il mondo i propri anime e capace di dare risalto al genere al di fuori del Giappone.  Se mai vi capitasse di viaggiare in Estremo Oriente, una tappa all’interno dello Studio Ghibli è fortemente consigliata.

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