Spotlight

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Fresco vincitore di 2 Oscar (Miglior Film e Migliore Sceneggiatura Originale), Spotlight è un omaggio al giornalismo di inchiesta e alle sue meccaniche, senza sbavature o scene prolisse.

La divisione del quotidiano americano The Boston Globe si occupa da sempre delle inchieste più pregnanti, ma – apparentemente – mai prima si è occupata di un caso di così difficile gestione: lo scandalo pedofilia all’interno della Chiesa cattolica.

L’indagine valse il premio Pulitzer di pubblico servizio al quotidiano nel 2003, aprì numerose altre indagini e aiutò molti a denunciare i fatti.

All’arrivo del nuovo direttore Marty Baron (Liev Schreiber), la squadra di Spotlight apre un enorme vaso di Pandora, da cui fuoriescono 70 sacerdoti dell’Arcidiocesi di Boston che hanno compiuto abusi sessuali su minori. Una tragedia silenziosa, tenuta nascosta dall’arcivescovo Bernard Francis Law che ricevette una denuncia ma decise di non rispondere.

I quattro giornalisti che seguono l’indagine sono: Walter Robinson (Michael Keaton), Michael Rezendes (Mark Ruffalo), Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Matt Carroll (Brian d’Arcy James). Un cast eccezionale che riporta sul grande schermo il tema dell’inchiesta giornalistica, già affrontato in ambito cinematografico.

La trama, scritta da Tom McCarthy (anche regista) e Josh Singer, segue a passo a passo le indagini dei singoli giornalisti e le loro reazioni emotive a quanto apprendono. I quattro dovranno affrontare una lunga serie di difficoltà, scoprendo che cosa comporta denunciare un’entità grande e potente come la Chiesa, in grado di losche manipolazioni persino all’interno dei tribunali.

La ricerca costante della verità, senza compromessi, è l’obiettivo che tutti vogliono seguire, perché il fatto è rimasto nell’ombra per troppo tempo: nessuno ha avuto mai il coraggio di parlare, nessuno è mai andato a fondo.
Eppure la lezione è dietro l’angolo, perché si scoprirà che anche lo stesso giornale in cui opera Spotlight ricevette un tempo le prime denunce senza prendere posizione.

Si tratta di un bel film, ben strutturato, in grado di scorrere in maniera ordinata con l’aiuto della regia e del montaggio (non ci sono sorprese, tutto è lineare e spiegato: lo spettatore acquisisce nuove informazioni così come i giornalisti). La tematica delicata e aberrante ha sicuramente influito sul voto finale agli Oscar; tolta quella, resta un buon film sul giornalismo, che però abbiamo già incontrato e apprezzato in altri momenti.

Inspiegabile la traduzione italiana del titolo, completamente fuorviante.

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