The Wolf of Wall Street

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Velia: Alla quinta collaborazione con il regista Martin Scorsese, Leonardo DiCaprio dimostra ancora una volta le ragioni per cui da anni i suoi fan aspettano il momento in cui vincerà l’oscar come miglior attore.

Nell’attesa trepidante verso la cerimonia degli Academy Awards, DiCaprio raggiunge il traguardo del Golden Globe. Questo suscita molta aspettativa nel pubblico anche se già nel 2005, dopo aver ottenuto il globo come migliore attore per il film “The Aviator”, gli è stato negato l’oscar nonostante la nomination. The walf of Wall Street potrebbe essere finalmente il riscatto: adattamento cinematografico dell’omonimo libro autobiografico scritto da Jordan Belfort, uno dei broker di maggior successo nella storia di Wall Street.

La trama è semplice e lineare: Belfort (giovane uomo, sposato e privo di vizi) comincia la sua carriera come apprendista broker a Wall street. Ma in seguito al cosiddetto “black mondey” viene licenziato e inizia a lavorare in un modesto call center scoprendo che dietro l’apparenza rispettabile c’è in realtà un complesso giro di truffe, che consente agli impiegati di guadagnare tantissimi soldi su ogni commissione. Decide quindi di aprire un’attività tutta sua fondando la Stratton Oakmont e coinvolge un gruppo di pochi collaboratori capaci, trasformando ben presto la società in un impero. I soldi e il successo portano Jordan in un mondo le cui costanti sono abuso di droghe di ogni tipo, sesso e disinibizione. Chiaramente, trattandosi di un’attività sostanzialmente illegale, l’intervento dell’FBI non si fa attendere: così l’agente Patrick Denham inizia a indagare sugli illeciti della Stratton.

Tecnicamente un film impeccabile. Regia che ben si sposa con il senso di grandezza ed eccesso che traspare dalla storia, come del resto anche la grafica: quasi tutto il film infatti è stato costruito o ritoccato con Green Screen. Molti si sono chiesti il motivo di questa decisione essendo ambientato in tempi moderni e nel mondo reale. Probabilmente la scelta di Scorsese è stata duplice: unire il risparmio di tempi e costi nel realizzare alcune scene (per esempio quelle in barca) e allo stesso tempo voler sottolineare la finzione e la sovrabbondanza “materiale” di quel tipo di vita.

Nonostante la durata sia notevole (tre ore piene) la noia non ha mai la meglio: ci si “diverte” dall’inizio alla fine. Ogni momento è inutile e importante al tempo stesso, fortemente descrittivo e meticoloso: non c’è nulla di lasciato al caso. Nonostante l’ottimo risultato e la buona critica questa pellicola difficilmente raggiungerà l’Oscar come miglior film. Quello che impedisce la scalata è la presenza di nomination di almeno altri due film (come “Dallas buyers club” e “Dodici anni schiavo”) infarciti di moralismi: pane quotidiano degli americani (e soprattutto della giuria degli Academy). The wolf of wall street è ben lontano dagli insegnamenti etici. Il messaggio che emerge è figlio delle storture di questo mondo: chi commette reati e si arricchisce sulle spalle degli altri ottiene al peggio qualche anno di galera (una galera decisamente lussuosa) e diventa un idolo di fama mondiale. Mentre chi rappresenta la giustizia non ottiene niente, nemmeno una degna soddisfazione personale. Un messaggio molto più eloquente di tanti altri, a mio avviso, ma non alla portata tutti: c’è chi esce dal cinema esclamando “anche io voglio diventare un broker!”.

 

Daniele: Che cosa vediamo in The Wolf of Wall Street del mondo della finanza? Praticamente niente: non si vedono gli azionisti, non si vedono contratti, non si vedono i compratori, non si vedono i prodotti di quelle aziende quotate, non vediamo gli stabilimenti, non vediamo politici, dirigenti, operai e non vediamo titoli azionari.

Lo spettatore resta incagliato nell’osceno, perché per Martin Scorsese (regia) e Terrence Winter (sceneggiatura, nome già visto in Boardwalk Empire) il mondo di Wall Street si riassume nel percorso mito-oscenità-soldi. E da questo trittico mai ci si sposta: in un film della durata di tre ore, tutta la prima parte è dedicata all’eccesso e agli sproloqui del protagonista, Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio). Scene incredibili che superano la soglia di sopportazione, per l’oscenità dei dialoghi e per ciò che si vede, ben oltre qualsiasi prospettiva di moralità. Lo sballo (che si riassume in droghe e sesso) è sempre al centro, unica vera rappresentazione del mondo della finanza, che si regge sul nulla (così come spiega Matthew McConaughey nelle prime scene). Mantenere i soldi ad un livello virtuale, altrimenti il gioco finisce: è questa la metafora che seguirà anche la vita di Jordan Belfort. Il mito, solo in apparenza, dura finché l’osceno e lo sballo sono alimentati, altrimenti ci si ritroverà davanti lo spettro del fallimento e di un’esistenza sostanzialmente vuota.

Lo si vede anche nello scarso interesse alla storia biografica, cioè le indagini dell’FBI e la cattura finale con detenzione di tre anni. La sceneggiatura lascia poco spazio (e poco interesse) per questa parte, preferendo lasciare lo spettatore immerso nella lordura fino alla fine, quando il risveglio da quel mondo osceno si ha con Jordan Belfort nei panni di venditore dell’atto stesso del vendere.

Siamo di fronte a un’analisi dell’inconscio becero e depravato, esaltato e osannato, che si rivela però essere “di facciata”. E a sfondare questo muro (apparentemente impenetrabile) è l’onestà di un agente dell’FBI, che non si lascia tentare da una vita dedicata all’osceno e alla futilità dei soldi.

Giudizio dell'autore:

3 thoughts on “The Wolf of Wall Street

  1. L’argomento è molto pungente e fastidioso (l’osceno portato all’estremo). Il film è fatto molto bene; in sostanza è un bel film che però tratta un argomento che mi ha lasciato schifato.

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