Jesus’ Son

La copertina di Jesus’ Son di Denis Johnson, edizione Einaudi, 2018.

Immaginate un vecchio bar americano, fuori dai grandi centri, con luci soffuse, facce stanche e sguardi bassi. Un barista che volge le spalle alla clientela per guardare una partita di baseball sul televisore minuscolo, appeso miracolosamente al soffitto; un tavolo da biliardo, due figure adombrate nel fumo delle sigarette.

Immaginate, ora, un giovane ragazzo seduto al bancone, da sempre. Inizia a raccontare qualcosa, sprazzi di vite spezzate, masticate, frustrate.

Jesus’ son, di Denis Johnson, raccoglie 11 racconti di un’America senza gloria, senza potenza. Stralci di quotidianità, vissuti da un ragazzo tossicodipendente e alcolista. Il giusto e il bene sono concetti perduti, là dove il primo lavoro onesto sembra essere quello di aver rubato e rivenduto dei fili di rame; là dove trovano spazio corpi deformi, malati, scarti di una società che tende a nascondere ciò che è imperfetto. I racconti aprono parentesi, si mischiano, perdono il filo dietro a un’etica che si è totalmente estinta.

Eppure, dietro a questa nebbia allucinogena, il protagonista ha dei momenti di sensibilità e di lucidità, che lo spingono verso una nuova speranza, se non proprio sulla retta via. Tutti i personaggi hanno logiche alterate, che li portano a prendere decisioni e a muoversi in un’America costruita su motel squallidi, bar malfamati, rettilinei polverosi, campi desolati, umanità perduta.

Evitando ampiamente lo stereotipo delle droghe come via di fuga dalla realtà che opprime, Denis Johnson si muove invece nell’America nascosta, ma più veritiera, in quell’inferno sociale dei dimenticati, dentro cui è possibile avere un’illusione di speranza e di luce, così come si legge nel finale.

Undici racconti da leggere in un fiato, ma che aprono una prospettiva unica, riassumibile nei versi di Heroin, intonata da Lou Reed: “I feel just like Jesus’ Son”.

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