Piacere, sono Jay Gatsby

il grande gatsby

Ci sono diversi modi di raccontare una bella storia, ma sta a chi la narra far sì che diventi un’esperienza indimenticabile per chi la ascolta. E allora questa storia si trasformerà in un’opera d’arte: che sia un romanzo,  un film o una canzone, contribuirà ad arricchire la mente e l’animo sia del narratore sia del destinatario.

Questa è la storia del grande Gatsby. Anzi, questa è la storia di come è stato raccontato Il grande Gatsby.

Tutto nasce con la pubblicazione del bellissimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald, avvenuta in America nel 1925, proprio nello stesso periodo in cui è ambientata l’opera stessa.

Il grande Gatsby offre infatti uno scorcio degli anni Venti americani, l’epoca del proibizionismo, del Charleston, del Jazz e della frenesia incontrollata, il periodo in cui sembrava di poter nascondere ogni problema dietro ai merletti, all’alcol e alle feste sfarzose.  Ma se la maggior parte dell’alta società si illudeva di sapersi godere la vita con qualche vizio e sorriso di troppo, Fitzgerald sapeva che dietro alla scenografia scintillante si nascondeva la paura della solitudine, del fallimento, l’ansia derivata dalla caducità dell’esistenza umana. E, proprio da questa sua consapevolezza, è nato il romanzo.

Nel 1922 il protagonista, nonché voce narrante, Nick Carraway si trasferisce a Long Island, in prossimità della Grande mela, per fare fortuna con un lavoro che non lo soddisfa – la compravendita nel mercato azionario – e scopre un mondo che prima aveva solo sognato. Appena arrivato, infatti, viene accolto a braccia aperte dalla cugina Daisy, che vive proprio di fronte alla baia insieme al marito Tom Buchanan, un riccone arrogante che non esita a trascinarlo con sé alla scoperta dei vizi dell’alta società. Ma Nick capisce sin da subito di non appartenere a quell’ambiente, non solo per assenza di liquidità, ma poiché possiede una morale basata su valori ben radicati in lui, che vengono messi a dura prova dagli agi offertigli dai nuovi amici.

Proprio mentre comincia a sentirsi così distante da tutto e da tutti, Nick fa la conoscenza del personaggio attorno a cui ruota l’intera storia, il suo misterioso eppur famosissimo vicino di casa, il ricco Jay Gatsby, organizzatore di party leggendari e oggetto dei pettegolezzi più assurdi. La paradossalità della sua figura si intuisce sin da subito, prima tramite i commenti della gente – che, addirittura, arriva ad affermare di aver sentito che “Gatsby ha ucciso un uomo” – poi attraverso il punto di vista più obiettivo del protagonista.

Sotto l’aspetto puramente narrativo, Gatsby è un personaggio complesso, che riempie il romanzo con una personalità molteplice, costruita grazie alle differenti prospettive espresse da coloro che lo circondano. Con il procedere della narrazione, infatti, il lettore scopre sempre più dettagli riguardanti la sua vita ottenendo la possibilità di dipingerne il ritratto grazie ai tanti tasselli che l’autore fornisce abilmente a poco a poco.

Tramite la storia d’amore con Daisy e l’amicizia con Nick, Gatsby rivela se stesso, mostrando le sue debolezze. Il discorso è sempre lo stesso: dietro alla grandezza, alla magnificenza e all’opulenza, tutto si scopre più semplice di quello che sembra, ogni azione dei personaggi deriva dalla negazione della solitudine umana. Ma se tutti gli altri protagonisti risultano in qualche modo negativi, Gatsby è il simbolo della speranza, è il lato onesto della società di quel periodo, che purtroppo finisce con l’avere la peggio sull’ipocrisia del mondo.

Il bello del romanzo scritto è dato dal tono narrativo, che tramite la voce del protagonista risulta sempre pacato e un po’ distante, con un linguaggio fine, che fa solo intuire ciò che viene descritto lasciando molti spazi all’immaginazione del lettore. Gatsby è un personaggio al di sopra della realtà, sfugge alla dimensione materiale: la sua personalità prevale su tutti gli aspetti effimeri e illusori del lusso e dello stile di vita degli altri protagonisti.

Chi ha letto il libro non può non innamorarsi di Gatsby e, se tra i lettori ci sono anche Francis Ford Coppola e Baz Luhrmann, la storia non può limitarsi alla carta stampata. Ecco che allora è necessario raccontare le due tappe cinematografiche che hanno fatto conoscere a tutti Il grande Gatsby.

Il grande Gatsby – 1974: regia di Jack Clayton, sceneggiatura di Francis Ford Coppola. Interpreti: Mia Farrow nei panni di Daisy, Robert Redford in quelli di Gatsby e Sam Waterston nel ruolo di Nick Carraway.

Il film risulta fedele al romanzo originale, sia per quanto riguarda la trama, sia per il tono utilizzato. Robert Redford è perfetto nei panni di Jay Gatsby, poiché riesce a calarsi nella parte del ricco uomo tormentato tutto d’un pezzo, dal sorriso sincero e dallo sguardo limpido. La voce narrante che lega l’intera vicenda ha lo stile tipico dei vecchi film americani, non eccede mai nell’espressività e non cambia ritmo alla storia, che procede senza intoppi fino alla fine, rendendo tutta la pellicola armoniosa, anche durante i passaggi di maggiore tensione. Per alcuni potrebbe risultare un po’ lento, ma il film in generale rende omaggio alla scrittura pulita di Fitzgerald, creando una serie di scorci interessanti, apprezzabili da chi ama il libro. Anche Mia Farrow è un’ottima Daisy, con i suoi sbalzi d’umore e le sue dimostrazioni di affetto inaspettate verso le persone che la circondano. Un bel lungometraggio, il giusto proseguimento di percorso per chi vuole vivere la storia di Gatsby in tutte le salse.

Gatsby – 2013: regia e sceneggiatura di Baz Luhrmann. Interpeti: Carey Mulligan nel ruolo di Daisy, Leonardo Di Caprio in quello di Gatsby e Tobey Maguire in veste di Nick Carraway.

Baz non fa mai film normali, si sa. Lo abbiamo visto con Moulin Rouge e Romeo + Giulietta e ne abbiamo la conferma con Il grande Gatsby. Niente da dire per quanto riguarda la fedeltà alla storia originale, sia chiaro, anche se la ricontestualizzazione della trama sottoforma di flashback del protagonista non era poi così necessaria.

Il bello del regista è la sua capacità di esagerare con la costruzione delle ambientazioni senza mai superare il limite imposto dalla storia. Per questo quando ci mostra sul grande schermo i fasti dell’alta società degli anni Venti con uno stile che si potrebbe definire circense, non rimaniamo così sconvolti. In fondo, Fitzgerald fa entrare Nick in una dimensione molto simile al sogno, e i sogni sono l’espressione delle pulsioni inespresse degli esseri umani. E allora le feste nella grande dimora di West Egg hanno tutto il diritto di essere un’esplosione incredibile di colori, musica ed emozioni. Se nel romanzo e nel film precedente alcuni aspetti della vita dei protagonisti vengono solo suggeriti al pubblico, nel film del 2013 tutto è svelato, a partire dalle passioni di Gatsby e Daisy. Leonardo Di Caprio si rivela all’altezza di Robert Redford ma si distacca dalla sua recitazione più pacata, rendendo molto più intensamente il pathos provato dal suo personaggio durante gli snodi principali della storia d’amore con Daisy. Tanto che, a volte, si impadronisce dello schermo a discapito di Carey mulligan, che se fisicamente potrebbe anche corrispondere alla descrizione di Fitzgerald, recitativamente parlando non riesce a eguagliare la presenza scenica di Mia Farrow.

Sorprendente come sempre, invece, il bravo Tobey Maguire, che resta fedele al suo personaggio, conferendogli quella simpatia in più che nel cinema è necessaria per non rendere il racconto piatto e monotono.

Sebbene il pregio di questa trasposizione cinematografica sia proprio la capacità di attori e regista di suggerire la grande tensione emotiva che percorre tutta la storia, a volte forse non erano necessari i noti scatti d’ira di Leonardo Di Caprio o una colonna sonora che cozza totalmente con lo stile dell’epoca di Fitzgerald.

Ma sono le uniche pecche che si potrebbero trovare in due ore di lungometraggio, per il resto ben costruito e in linea con lo spirito suggerito nel romanzo. Per riproporre Il grande Gatsby al pubblico del 2013, del resto, non si poteva evitare qualche scena scabrosa e una musica tamarra.

 

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