Assassinio in Libreria

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Io sono una fervente amante del romanzo giallo, dopo aver finito di leggere un libro se sono indecisa preferisco andare sul sicuro e provare a saggiare il mio fiuto e mettermi alla prova con un’indagine piuttosto che con una storia d’amore. In particolar modo la mia scelta tende a ricadere, la stragrande maggioranza delle volte, su firme italiane forse perché inconsciamente mi sento rassicurata non tanto dalla lingua, quanto dall’ambientazione.

Riesco, infatti, a comprendere meglio il mondo all’interno dei quali i vari investigatori si muovono, per non parlare delle indagini meneghine: quanto mi sento orgogliosa (strano eh?!) quando riconosco il nome della via menzionata e so di esserci passata almeno una volta… Detto ciò, anche se non è politicamente corretto, dichiaro, senza troppi dubbi, che la mia stima se l’è aggiudicata, ormai da anni, il burbero e molto poco nordico Andrea Camilleri, padre dell’altrettanto burbero e altrettanto siculo commissario Montalbano.

Ho detto tutto questo per cosa? Perché per la prima volta in “Assassinio in libreria” di Lello Gurrado le carte si mescolano, i ruoli si invertono e gli scrittori si trovano dall’altra parte della barricata: sono costretti in qualche modo a vestire i panni delle proprie “creature”, diventando parte di un romanzo essi stessi ed investigando in prima persona. Infatti, Carlotto, Faletti, Carofiglio, Lucarelli and co. assistono all’uccisione dell’amica Tecla Dozio, proprietaria della mitica libreria Sherlockiana di Milano, durante la festa per i dieci anni della sede in via Peschiera (no, non ci sono mai passata); colpiti dall’accaduto, reagiscono in modo inaspettato, in modo umano e non da esperti del crimine quali dovrebbero essere. Nonostante ciò, più o meno volontariamente, decidono ugualmente di dare il proprio contributo, di collaborare all’inchiesta affiancando un giudice vero, tale Luca Cassano.

Per quanto l’idea sia brillante e fuori dal comune (è la prima volta che affronto un meta-romanzo giallo!) l’impostazione complessiva mi è sembrata macchinosa, poco naturale e non ha aiutato quella che per me è una caratteristica fondamentale del genere in questione: la trama deve scorrere senza farmi riflettere troppo, spontanea e fluida… se mi scopro a ragionare sulla fattibilità o meno degli accadimenti vuol dire che il meccanismo è imperfetto. Gurrado mi è sembrato, a tratti, sopraffatto dalla sua idea, dalla voglia di raggruppare attorno ad un singolo omicidio i nomi più importanti di questo particolare mondo, nomi che tra l’altro tende a ripetere molte volte , troppe.

Infatti, se ancora posso accettare, seppur con grande sforzo, che nella minuscola libreria di Tecla Dozio siano riuniti Biondillo, Colaprico etc…, perché alla fine l’Italia è effettivamente un Paese piccolo e il suo mondo letterario lo è ancor di più, invece mi sembra quanto meno assurdo voler far entrare a forza, dalla porta della libreria, in fila indiana, anche nomi internazionali del calibro di Fred Vargas e Michael Connelly  (uno sarebbe stato più che sufficiente, anzi probabilmente sarebbe stato ugualmente fuori luogo!)

Nonostante ciò ribadisco che l’idea è carina, le buone intenzioni ci sono e così anche le premesse per poter affinare una scrittura che per quanto consolidata nel giornalismo, con la narrativa è, invece, ancora alle prime armi.

E infondo mi permetto di “dare a Cesare quel che è di Cesare”: anche in questo caso, senza svelarvi nulla del finale, posso dire a gran voce che Camilleri svetta su tutti incontrastato… Insomma di certo non ho commesso errori quando l’ho scelto come mio personalissimo paladino del giallo!

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