UNO STUDIO IN ROSSO – A suo tempo censurato dai mormoni ora da leggere assolutamente!

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Tra gli scaffali di una libreria a Milano ho scovato la nuovissima edizione di Uno studio in rosso: ovvero la prima apparizione in pubblico di Sherlock Holmes, eletto all’unanimità come il più famoso investigatore della storia della letteratura gialla. In effetti mi sono sempre domandata com’é cominciata la sua storia, durata ben 4 romanzi e 56 racconti prima e poi con telefilm, film, tributi, parodie, etc…

Siamo nel 1888: il dottor John Watson, debilitato fisicamente dalla guerra in Afghanistan, fa la conoscenza di questo strano individuo, Sherlock Holmes. Un uomo che passa tutta la sua giornata tra provette senza essere né ricercatore, né medico, il cui vero lavoro consiste nell’applicare il metodo deduttivo. Ispettori, poliziotti e altre figure si rivolgono a lui perché il suo modo di leggere la realtà gli permette di vedere dove le “menti” normali brancolano nel buio.

Watson ha l’occasione di vedere all’opera il suo coinquilino quando Scotland Yard lo manda a chiamare: un nuovo delitto è stato commesso nella fumosa Londra; un tale di nome Enoch J. Drebber giace sul pavimento di una casa abbandonata senza traumi sul corpo, con una fede di donna accanto e una scritta, incisa con il sangue, fa capolino da dietro la carta da parati strappata. Un’ambientazione poco chiara per tutti, tranne che per Holmes che con una fugace occhiata deduce tranquillamente l’aspetto del suo assassino… ora mancano solo il come e il perché. I suoi “colleghi” poliziotti battono piste inconcludenti, visto che il maggior sospettato, il signor Stangerson, ovvero l’assistente della vittima, viene trovato a sua volta morto, pugnalato al cuore in una stanza d’albergo.

La trama si infittisce, soprattutto quando il libro fa un salto temporale indietro di alcuni anni e di alcune miglia fino al selvaggio Utah raccontando la storia di un certo John Ferrier e della sua figlia adottiva. Cosa centra? Non spetta certo a me svelare il finale, posso solo rassicurare i più curiosi: non delude Holmes con il suo efficace metodo innovativo e nemmeno sir Arthur Conan Doyle.

Il narratore, cosa che non mi aspettavo, è il dottor Watson in persona che partendo dalla sua esperienza in Afghanistan narra le sue vicissitudini aprendoci così le porte sull’ appartamento al 221 di Baker Street.

La scrittura è sciolta, veloce ed appassionante, a dispetto di molte altre opere contemporanee. In poche pagine ci si innamora di un personaggio che io stessa, come molti, riconducevo alla figura stereotipata dell’inglese dal capello strambo con la lente di ingrandimento sempre tra le dita,  o al personaggio che di recente ha vissuto nuova gloria grazie a Robert Downey Jr, a Benedict Cumberbatch in Sherlock e a Jonny Lee Miller in Elementary. Una figura intramontabile che, a parer mio, con coraggio Doyle ha fatto nascere: vittima delle droghe quando depresso, irrispettoso delle figure di giustizia, con uno sviluppato senso di superiorità rispetto agli altri essere umani, che però ha fatto conoscere al grande pubblico la criminologia ed entusiasmato i lettori di tutto il mondo, intrattenendo milioni di persone negli anni, me compresa!

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