Festival di San Remo 2013 – Parliamo dello Spettacolo

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La 63^edizione del festival di Sanremo si è inserita fin da subito nella tradizione: è riuscita ad essere al centro delle polemiche sulla realizzazione del programma ben prima della messa in onda, questa volta addirittura mesi prima complice la “pacata” campagna elettorale in corso. Si gridava allo scandalo, si temeva una direzione sinistroide capace di interferire con le convinzioni politiche degli spettatori a causa della coppia di conduttori scelti da Mamma Rai per condurre la kermesse. Ma il tanto criticato Fazio Fabio è stato invece in grado di “deludere” regalando un festival finalmente capace di far ridere, di svecchiarsi e di prendere po’ le distanze da quella Rai tanto bacchettona da sembrare impaurita dal mondo che c’è oltre il cavallo di via Mazzini.

È vero, stiamo parlando di un classico, di una trasmissione nata praticamente in contemporanea con la televisione italiana stessa e che ha visto passare sul suo palco personaggi storici, ma è anche vero che il nuovo millennio è arrivato da un pezzo e che era ora di mettere nel cassetto quell’aura seriosa che ha accompagnato quasi tutte le precedenti edizioni. E quindi che fare? Cambiare un po’ le carte in tavola, dimenticando alcune abitudini come il presentatore affiancato dalla bellona bionda e da quella mora, l’eliminazione di due concorrenti, lo sperpero di soldi per ospitare grandi nomi stranieri che dopo una canzone scappano in camerino rifuggendo domande e rimanendo una parentesi senza particolare valore …

Se Fazio Fabio è un presentatore professionale e capace di gestire un palcoscenico tanto complicato come lo è quello dell’Ariston, i dubbi più grandi erano focalizzati sulla sua “valletta”: che tanto impauriva i ben pensanti per la sua volgarità, la sua incapacità di finire una frase senza dire una parolaccia… Ben inteso che per me la volgarità si manifesta in altre cose, anche io trovo la Littizzetto, a volte, eccessivamente sopra le righe, ma questa volta la sua presenza è stata quanto mai preziosa per la buona riuscita del programma.

L’ormai  Lucianina nazionale è stata una rivelazione: spontanea , poco rigida e allergica al ruolo della presentatrice canonica, per nulla impaurita di influenzare la gara, si è lasciata scappare commenti sul look dei cantanti e soprattutto ha saputo esser fedele a sé stessa, ha combattuto contro l’irresistibile voglia di dire culo (certo ha detto stronzo a chi picchia le donne, ma altra definizione non c’è!) e contro l’abbigliamento che l’Ariston chiede, alle sue dame, a gran voce.

Insomma non si è mai presa troppo sul serio, infatti, ha reso omaggio a chi prima di lei ha fatto grande il Festival senza ricorre ai soliti tributi strappalacrime diventando una buffissima e ridicolissima Caterina Caselli!

Una catastrofe in termini di ascolti perché si è cercato di fare un qualcosa di lontano dalle normali aspettative del pubblico italiano? Al contrario, un successo in termini di share e percentuali (grazie soprattutto alla sospensione, anche da parte dell’acerrima nemica Mediaset, di ogni altro programma …) e anche di critica… la delusione personale è che il picco negli ascolti si è avuto, oltre che al momento della premiazione, con l’esibizione di Albano… ma davvero l’Italia è ancora ferma a Cellino san Marco e non riesce ad apprezzare qualcosa di più attuale e, almeno secondo me, migliore?

La direzione artistica non ha fatto cattive scelte: gli ospiti sono stati gradevoli e ben inseriti nel contesto (ecco magari della stangona bionda israeliana si poteva fare a meno visto che più di dire due frasi d’apprezzamento, palesemente false e imbeccate dagli autori, non ha fatto…); in particolare ho apprezzato Daniel Harding, il giovanissimo direttore d’orchestra inglese che ha aperto l’ultima serata con Wagner e Verdi, non solo per la sua bravura ma soprattutto per le parole dette: facile preda del mondo lirico, tanto ancorato ai classici e ai secoli passati, ha promosso la Musica, tutta la musica, persino Lady Gaga, perché la Musica, ha detto, non appartiene a nessuno!

E ora dopo tutta la filippica in favore dello svecchiamento, del saper abbandonare certi schemi, potrei sembrare schizofrenica per quanto sto per dire, perché mi continuo a chiedere: ma dov’erano i fiori? Dov’era il colore? Nel mio immaginario, e forse anche in quello di molti altri italiani, il palco di Sanremo deve essere bianco, arioso e tutto incorniciato da costose composizioni floreali, che è vero il giorno dopo non sono altro che marciume ma che al momento danno colore e calore….e invece la squadra faziana ha optato per scelte diametralmente opposte, ha voluto uscire dagli schemi e ha finito, almeno secondo me, per creare un palco pesantemente dominato dal nero. Insomma un’atmosfera un po’ troppo scura e cupa per me, e vogliamo parlare della scala? Certo era hi-tech, faceva risparmiare spazio (neanche dovessero fare economia di metri quadri come in un bilocale) ma pur sempre nera!

Insomma tra le teste in crescita degli Elii, gli inciampi della super modella, i cartelli di due innamorati (che hanno fatto entrare anche nella casa di mia nonna, senza scandalizzarla, il mondo gay), il ricordo di Mike e tanto altro all’Italia è stato presentato uno spettacolo piacevole, poco noioso, poco retorico e apprezzabile per i messaggi lanciati, a cominciare dalla volontà di diffondere un po’ di Cultura.

Eh si i tempi della farfallina di Belen, che ha scaldato i cuori di molti italiani, sono proprio lontani.

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