Manhunt – Unabomber

Se scorrendo il catalogo Netflix avete trovato “Unabomber” e avete pensato ad una produzione italiana legata allo squilibrato che dal 1990 al 2000 ha seminato il panico tra il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, peraltro ancora ignoto alle autorità italiane, vi state sbagliando, perché la storia che “Manhunt” narra è americana al 100%.

UNA Bomb (UNiversity Airlines BOMBer) è in realtà un matematico, un uomo dal fine intelletto e dal QI elevatissimo, ma incapace di integrarsi nella società contemporanea e di accettarne i continui cambiamenti in termini di progresso (anche a causa di traumi giovanili), che dal 1976 ha fatto parlar di sé tutti gli Stati Uniti d’America spargendo terrore. Come? Semplicemente spedendo pacchi esplosivi, alcuni dei quali mortali.

Netflix, come ha già fatto con il caso O.J. Simpson, in 8 episodi racconta un altro caso criminale che nel recente passato ha avuto un forte impatto sul popolo americano, e mostra come l’identikit di un serial killer o la pubblicazione del suo Manifesto d’intenti diventino un ottimo traino per le tirature dei giornali e per gli ascolti televisivi.

Andrew Sodroski, Jim Clemente e Tony Gittelson raccontano una storia, ma al contempo le vite di più personaggi, o meglio persone.

In primis la storia di Jim Fitzgerald (Sam Worthington): un agente del FBI, appena diplomato come profiler alle prese con la sua prima indagine importante, che si fa talmente coinvolgere dagli eventi da mettere la famiglia in un angolo a favore dell’indagine e da arrivare a condividere, persino a sposare, lo stesso stile di vita spartano dell’uomo che per tanto ha inseguito.

Poi la storia di Ted Kaczynski (Paul Bettany), un genio e al contempo un uomo incapace di confrontarsi con l’altro, di amare e soprattutto di farsi amare. L’unico modo che trova per dar voce alla sua rabbia, per esprimere il suo dissenso verso la tecnologia che permea sempre più la società moderna è quello di fabbricare bombe mortali.

Ed infine la storia del FBI, dei suoi metodi nuovi e vecchi d’indagine e di Don Ackerman (Chris Noth) dirigente dell’agenzia ad un passo dalla pensione consapevole che tutta la sua carriera verrà segnata da questo unico clamoroso caso.

Un prodotto ben fatto che in soli 336 minuti racconta un fatto di cronaca recente senza sembrare un
documentario, anzi… appassiona, crea suspance (anche se alla fine sappiamo già tutti com’è terminata la caccia, l’abbiamo visto a suo tempo) e fa riflettere su come una singola mente, malata, possa segnare le vite di tanti.

Come spesso accadde quando un personaggio negativo diventa il perno di un serie televisiva bisogna fare attenzione perché il fascino di UNA Bomb, o meglio della sua filosofia, può colpire lo spettatore e spingerlo a simpatizzare con lui e in qualche modo capire, persino giustificare i suoi gesti: ricordiamoci di empatizzare solo con il protagonista della serie e non con il killer, che sta scontando tutt’ora l’ergastolo in un carcere di massima sicurezza in Florida.

 

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