Better Call Saul – lo Spinoff di Breaking Bad

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Better Call Saul è lo spinoff di Breaking Bad e già questo bastava a far salire l’aspettativa a livelli altissimi. Basti pensare che la prima puntata è stata la premiere con il più alto indice di ascolto nella storia delle Tv via cavo americane.

Quando si è saputo che Amc avrebbe prodotto uno spinoff di BrBa, in molti, me compreso, erano dubbiosi. Come non esserlo d’altronde? Mettere le mani su uno dei migliori prodotti televisivi degli ultimi anni sembrava un rischio troppo grosso.

Bisogna, però, riconoscere il merito di Vince Gilligan che ha avuto, prima, la coerenza di seguire la produzione della saga di Walter White dall’inizio alla fine e, dopo, il coraggio di intraprendere in prima persona la scrittura di Better Call Saul.

E infatti non si rimane delusi, già dai primi due episodi si capisce quanto ci sia della serie madre, ma si comincia già subito ad intuire un’altra cosa: Better Call Saul per ora è solo uno spinoff ma sembra in grado di dare vita ad una saga a sé stante.

La storia comincia sette anni prima dell’apparizione di Saul Goodman nella vita di Walter White, la trama è ovviamente non lineare e nel corso dei dieci episodi che compongono la prima serie, ci sono diversi salti tra passato e presente, con un unico brevissimo forward al post-Breaking Bad.

Saul si chiama in realtà James McGill, ha un passato da truffatore e una laurea in legge presa per corrispondenza; il suo fratello maggiore è un super avvocato, avendo studiato in una vera università, ma ha una strana fobia per l’elettricità. James vive da sempre nella sua ombra e noi facciamo la sua conoscenza nel momento in cui sta facendo gli sforzi maggiori per dare una svolta alla propria vita e avviare la sua carriera di avvocato.

È qui la prima grossa differenza con Walter, James McGill tenta in tutti i modi di riscattarsi da un passato di illegalità, impegnandosi al massimo nella sua personalissima battaglia per l’onestà. Vive in uno scantinato, ha una macchina di merda e fatica anche a pagare il parcheggio del tribunale, ma lui ci prova e ci riprova, lavora sodo e spera nella grande occasione.

Potrebbe sembrare il racconto del sogno americano, in realtà quello che Better Call Saul racconta e la frustrazione di quel sogno. Anche se dopo un paio di episodi quasi ci si dimentica di Breaking Bad, non si può fare a meno di chiedersi quando e come avverrà la trasformazione di James McGill in Saul Goodman.

Gilligan e la sua squadra di super sceneggiatori ti accompagnano in questa metamorfosi passo dopo passo, con la stessa attenzione per i dettagli che abbiamo apprezzato nella serie madre. Anche qui sia i personaggi che le scene sono estremamente curate come anche la colonna sonora (che vede tra le altre, Se bruciasse la città, una canzone di Massimo Ranieri, avete capito bene).

Arrivati all’ultimo episodio ci si rende conto di come Better Call Saul, in soli dieci episodi, riesca in una graduale separazione dall’universo di Breaking Bad per crearne uno proprio, ma altrettanto coinvolgente. Bob Odenkirk regge perfettamente il ruolo di protagonista assoluto, l’altro personaggio in comune con BrBa è il buon vecchio Mike, sempre interpretato alla grande da Jonathan Banks.

È già stata confermata una seconda stagione di tredici episodi, sinceramente non vediamo l’ora, un altro Breaking Bad non ci sarà mai, ma Better Call Saul non ce lo fa rimpiangere. Proprio no.

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