Il Piccolo Principe

Il Piccolo Principe titolo

La scelta di portare al cinema Il Piccolo Principe, sebbene già affrontata in passato, è sempre da considerarsi un’impresa. Il racconto, pubblicato nel 1943, è il secondo libro più venduto nella storia dell’editoria, tradotto in 253 tra lingue e dialetti.
Antoine de Saint-Exupéry ci ha lasciato un’opera in grado di parlare a tutti di argomenti delicati, quali il senso della vita, dell’amore e dell’amicizia. Poesia pura che, grazie al non-detto, può colpire ogni lettore, senza limiti di età.

Mark Osborne, che abbiamo già visto interpretare al meglio la tradizione cinese in Kung Fu Panda, porta sullo schermo un pilastro della cultura e della tradizione narrativa.

Per farlo utilizza la storia di una bambina oppressa da una madre che le organizza ogni singola ora delle sue giornate per ottenere il successo scolastico. Il piano è destinato a fallire, a causa dell’incontro con l’aviatore, quello stesso uomo che nel libro racconta la sua avventura e il suo incontro con il Piccolo Principe.
Nella prima parte del film viviamo quindi un binomio interessante tra il mondo reale (realizzato in 3D) e quello del Piccolo Principe libro (un’ottima soluzione di stop-motion con modellini di carta e creta che ricalcano fedelmente i disegni dello stesso Antoine de Saint-Exupéry).
La buona trovata iniziale si perde nella seconda parte, quando il Piccolo Principe è trasportato nel mondo reale, sottolineando così che tutti siamo destinati a crescere, diventare grandi e dimenticare come è essere fanciulli. Inizia così un altro film, in cui la bambina cercherà di far tornare la memoria al Principe ormai divenuto schiavo del lavoro, così come il mondo reale impone.

Si perde, però, la poesia, perché tutto è spiegato: lo spettatore è accompagnato verso il finale positivo senza particolari scosse o colpi di scena. Si perde, quel  che caratterizza la prima parte e, essenzialmente, il romanzo – il libro sarà poi composto dalla bambina dopo i racconti dell’aviatore.

Una seconda parte di film troppo distaccata che fa perdere la poesia della prima, dove il regista ha saputo attingere con intelligenza dal capolavoro dell’autore.

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