Jersey Boys: una storia di vita firmata Clint Eastwood

Jersey Boys - Una poltrona per tre

La mia conoscenza di Clint Eastwood è stata piuttosto graduale e il percorso che mi ha portato a lui alquanto divertente. Sono passata dal crederlo un semplice nome fittizio – inventato da Marty Mc Fly in Ritorno al Futuro III – alla scoperta dei suoi film western leggendari, per poi approdare alla visione di numerose e belle pellicole che lo hanno accreditato agli occhi del pubblico come interessante regista.

Parlando della sua carriera dietro all’obiettivo, come non citare l’ultimo lungometraggio, Jersey Boys? Ispirato al musical di Broadway basato sulla storia dei mitici Four Season, il gruppo di Frankie Valli che ha dato vita a hit come Walk like a man o, meglio ancora, Can’t take my eyes off you, il film parte come un diesel, lentamente e un po’ in sordina, per poi svilupparsi a ritmi più serrati (per quanto si possa parlare di ritmi serrati riferendosi a un progetto di Clint). Si sa, non c’è niente da fare, al noto regista-attore non piace la sintesi: lo abbiamo visto con tutti i film degli anni 2000, da Million dollar Baby, a Gran Torino, per non parlare di Invictus e dell’interminabile J. Edgar. A chi ama il genere, il consiglio un po’ scontato è di mettersi il cuore in pace preparandosi a una lunga visione, ma questa lentezza fa bene all’anima, permette allo spettatore di vivere appieno ogni singola scena, di calarsi nella pellicola lasciandosi trasportare dall’onda degli avvenimenti. Anche Jersey Boys segue questo principio e ci mostra le vicissitudini di Frankie Valli e del suo gruppo, dilungandosi molto nella parte iniziale, appunto, per poi passare agli anni successivi della carriera saltando tra un evento e l’altro. Se durante la visione potrebbe sembrare una scelta poco equilibrata, ragionandoci a freddo il disegno di Eastwood appare chiaro: il film vuole mostrarci le persone dietro ai personaggi, raccontarci le dinamiche del gruppo partendo dalla vita privata e dai drammi o dalle fortune di ogni membro della band. È un percorso ben strutturato che riesce a mescolare storie di vita e spettacolo musicale dando ad ogni elemento il giusto peso e la giusta profondità. È bello sapere che Frankie Valli non se la sentiva di cantare una canzone appena scritta da Bob Gaudio per via di un lutto familiare appena vissuto e poi scoprire che quella canzone era la mitica Can’t take my eyes off you. Assistere allo scioglimento dei Four Season e alle tensioni tra i protagonisti mostra il lato umano di chi ha raggiunto il successo. La narrazione condotta a turno dai quattro personaggi con lo sguardo rivolto in camera sdrammatizza molto e rende più leggera tutta la storia, quasi come se Clint Eastwood strizzasse l’occhio allo spettatore. Come sempre si tratta di una storia di vita, tema molto caro al regista, che negli ultimi tempi ha scelto come soggetti vicende celebri vissute da figure note a tutti. Da vedere, da ascoltare e da ricordare.

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