La custode di mia sorella

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«I bambini di solito nascono per caso, io no.
Sono frutto dell’ingegneria genetica:
nata per salvare mia sorella.»

Le parole della piccola Anna (Abigail Breslin) ci prendono per mano introducendoci nella vita della famiglia Fitzgerald, una vita che dietro l’apparenza dei sorrisi che tutti si sforzano di mantenere, cela il dramma familiare strettamente legato alla giovanissima figlia quindicenne, Kate (Sofia Vassilieva), malata di leucemia. Ed è la vita di Anna la più stretta a quella di Kate.

Anna è stata concepita in provetta per lo scopo preciso di diventare una donatrice sana e compatibile per sua sorella, così sin da quando era solo una neonata ha provato l’esperienza di donazioni di midollo osseo, prelievi di sangue ed altre dolorose terapie compromettenti per la sua stessa futura vita. Il prossimo passo dovrà essere il trapianto di un rene per la sorella che è in costante dialisi, ma per Anna è diventato troppo e si oppone rivendicando i diritti sul proprio corpo per vie legali.

Il regista Nick Cassavetes (Face/Off, John Q) costruisce un intreccio che alterna passato e presente consentendo così allo spettatore di comprendere quali cause abbiano portato alla generazione delle dinamiche innescate dalla malattia di Kate.

Cassavetes non gioca sporco cadendo nel sentimentalismo, che potrebbe essere ovvio per una pellicola di tale tematica; cerca, invece, di immergere lo spettatore nella storia mostrandogli i diversi punti di vista, impegnandosi nella costruzione di una visione corale.

I personaggi non sono piatti e stereotipati, risultano al contrario intensi e vicini alla realtà; in generale il cast dà una buona prova di sé, ma inaspettata è soprattutto la bravura attoriale di Cameron Diaz, fino ad oggi unicamente relegata a scatenate commedie, che qui invece veste i panni della mamma-coraggio di Kate.

La custode di mia sorella è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo scritto da Jodi Picoult, ed edito in Italia nel 2005 da Corbaccio.

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