Lincoln

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Nel 1865 il presidente americano Abraham Lincoln lotta per far approvare l’abolizione della schiavitù, mentre il paese è dilaniato dalla guerra civile.

Spielberg non dirige una biografia storica del personaggio, ma fa ben di più. In Lincoln, magistralmente interpretato da Daniel Day-Lewis, corrono più linee: quella della Storia e quella della politica. La sua lotta, la sua forte convinzione di arrivare alla meta finale – trasposte in un sogno ricorrente in cui si vede navigare verso l’orizzonte luminoso – sono un esempio brillante che dovrebbe risuonare ancora oggi.

Lincoln porta su di sé il peso di tutte le sue decisioni, dai numerosi caduti in guerra a tutti i giochi di potere, compromessi e compravendite per ottenere i voti. Il suo incedere e la sua postura simboleggiano le sofferenze che egli decide di patire – compresa la morte del figlio sul campo di battaglia – ma la ricompensa sarà grande, non soltanto per sé, ma per la Storia dell’umanità.

Spielberg ci racconta i fatti salienti fuori campo: la guerra, il successo finale della votazione, la morte stessa del protagonista. La storia che presiede la Storia. I dialoghi, bellissimi, sono spesso interrotti da aneddoti, racconti e massime del presidente: delle perle che si stagliano rispetto al fango della politica che lo circonda. Tutto per l’unico obiettivo: l’uguaglianza degli uomini di fronte alle leggi.

Il film si apre con la figura statuaria di Lincoln – in chiaro riferimento alla statua posta di fronte al Lincoln Memorial a Washington; un soldato di colore recita a memoria un discorso tenuto dal presidente a Gettysburg, come un imprinting che lo ha segnato per sempre. Le immagini si spostano sulla battaglia, violenta e terribile. Non si vedranno più immagini della guerra fino alla fine, quando Lincoln, dopo che l’emendamento è stato accolto, cavalca per il campo di battaglia infestato dai caduti sudisti e nordisti. A segnalare che, pur non essendo stata presente visivamente, la guerra è una traccia oscura, che ha camminato comunque in parallelo alle decisioni politiche. Il peso delle proprie scelte aumenta e si fa più gravoso 

(“È troppo difficile, è troppo difficile” dice Lincoln); il compromesso non è quindi solo questione politica, ma anche questione di umanità, di spirito.

Abraham Lincoln ha però vinto: risuonano le campane al momento della decisione presa. La storia si è fatta Storia e il personaggio ne è divenuto il piedistallo. Forse l’ultimo presidente degli Stati Uniti a credere in essa.

Spielberg ripercorre il cinema classico (pochi ma indovinati movimenti di macchina) e lo esalta in tutte le sue forme, lasciando una traccia netta; esalta il passato per farlo piombare nel presente. Una dimostrazione di come il cinema possa essere utile, bello e, per certi versi, salvifico.

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