Lo chiamavano Jeeg Robot – noi lo chiamiamo capolavoro

Lo chiamavano Jeeg Robot - recensione Una poltrona per tre

Quando andiamo al cinema per vedere le storie dei supereroi sappiamo già quello che troveremo sul grande schermo. Ci aspettiamo di assistere a sfavillanti effetti speciali, a trame avventurose e non troppo pretenziose, sappiamo che i protagonisti saranno tendenzialmente bellocci muscolosissimi, con non troppe doti attoriali; ci aspettiamo un approfondimento del personaggio che non indaghi troppo nella psiche umana: di certo, non ci immedesimiamo e non proviamo particolare empatia con  i problemi familiari di Superman, con le mutazioni degli X Men e dell’uomo ragno, con la ricchezza filantropica di Batman o Iron man.

Bene, con Lo chiamavano Jeeg Robot accade il contrario. Niente effetti speciali scoppiettanti, niente bellocci palestrati, niente superficialità. Qui tutto è giocato sull’abilità interpretativa degli attori e sulla buona conduzione del regista. Mainetti ha preso un supereroe, lo ha calato in una Roma parallela alla nostra, ma non troppo diversa, ha creato degli antagonisti perfettamente contestualizzati in una realtà piuttosto credibile, che purtroppo non si discostano da personaggi esistenti nella malavita italiana dei giorni nostri. Risultato? Un capolavoro Made in Italy che non ha nulla da invidiare a una grande produzione.

Primo ingrediente perfetto, gli interpreti. Un Claudio Santamaria ineccepibile nei panni del protagonista. Durante il film passi dal compatirlo con una punta di antipatia al partecipare con commozione ai suoi drammi personali. Arrivi alla fine che tifi per lui a gran voce, commuovendoti davanti alla sua fragilità emotiva, resa con delicatezza da questo omone con marcato accento romanaccio che non sa che fare dei propri poteri. Poi conosciamo un cattivo da manuale, un folle Luca Marinelli con manie di potere e con un gusto musicale popolare degno della sciura Pina, che riesce a farti ridere con orrore ad ogni colpo di scena .

Secondo ingrediente perfetto, la regia. Checcenefregaannoi del low budget? Non avremo computer grafica o tutine sgargianti, non faremo crollare palazzi e monumenti, ma vi faremo vivere in prima persona pestaggi, inseguimenti, esplosioni e momenti di dramma puro. Questo è quello che comunica il regista, con una costruzione visiva curatissima, che mixa la giusta dose di violenza e riflessione, che scandaglia le personalità di ognuno con primi piani credibili, con racconti visivi degni di un racconto. Ancor prima di conoscere il protagonista, sappiamo come vive, quali sono i suoi passatempi, quale la sua condizione sociale, solamente guardando il suo appartamento attraverso l’obiettivo del regista.

Terzo ingrediente? Ovviamente la trama e la sceneggiatura. Ottima costruzione della storia, il crescendo di avvenimenti concatenati tra loro è ideale per raccontarci la nascita e l’evoluzione di un supereroe italiano proveniente dai bassifondi. Tutto è perfettamente incasellato in un filo conduttore che ci permette di capire come si crea un supereroe. Per non parlare dei riferimenti a un cult giapponese che tutti conoscono, a cui viene associato proprio il protagonista: Jeeg Robot d’acciaio.

Ciao ciao Marvel e DC Comics, è arrivato lui!

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