Lo Hobbit – La desolazione di Smaug

La desolazione di Smaug - Una poltrona per tre

Cristina: Peter Jackson ci ha fatto attendere un anno tra il primo e il secondo capitolo de Lo Hobbit e noi siamo stati pazienti: chi ama il genere si è messo l’animo in pace, ha cercato altre distrazioni, ha rivisto il primo film. Poi, a poche settimane dall’uscita nelle sale, ecco che cominciano i trailer e La desolazione di Smaug riaffiora nelle menti di chi era curioso di assistere allo spettacolo. L’euforia invade gli animi dei fan di Peter Jackson ma anche quelli dei tolkeniani, che forse avevano perdonato le aggiunte e i cambiamenti presenti nel primo lungometraggio tratto dal romanzo.

Ma proprio quando parte il trailer, si nota subito che qualcosa non va: perché c’è Legolas? Perché Gandalf e Radagast affrontano strani e oscuri nemici? Il fan de Lo Hobbit esorcizza il timore che lo assale pensando che forse il trailer mente mostrando solo le parti in più e che, per il resto, la storia non cambierà più di tanto. Ma poi arriva il momento di andare al cinema, il gran giorno in cui Bilbo Baggins e i nani a cui si accompagna popoleranno lo schermo con le loro mirabolanti imprese.

Ed ecco che incomincia il sequel, un film lungo, troppo denso di avvenimenti (di cui i due terzi non erano presenti nel libro) e di personaggi belli belli in modo assurdo come Orlando Bloom che surfa sui nemici scagliando frecce, o la bella elfa Tauriel (Evangeline Lilly) che chissà per quale motivo si innamora del nano Kili. Giustificabili le parti in cui Gandalf scopre l’arrivo di un pericolo futuro, utili a collegare la saga al Signore degli anelli. Inutili le parti sentimentali, noiose e stucchevoli, che nulla hanno a che vedere con l’atmosfera nanesca e mitica del libro. I nani sono meno comici rispetto al primo film, probabilmente ciò è dovuto allo sviluppo drammatico dell’ultima parte (per la quale ci tocca una nuova attesa), quella in cui i protagonisti dovranno sconfiggere il terribile Smaug. Parentesi positiva per il personaggio di Bilbo, interpretato sempre in maniera impeccabile dal bravo Martin Freeman, e per il drago, che in lingua originale è doppiato nientemeno che da Benedict Cumberbatch, a riproporre la fenomenale coppia di attori già vista nella serie tv Sherlock.

Nel complesso, se si considerano gli effetti speciali, il 3D, i costumi, la colonna sonora e le scenografie, il film è realizzato con cura e tiene il pubblico incollato allo schermo. Peccato che chi abbia letto Lo Hobbit scoprirà una storia molto differente e rimarrà inevitabilmente deluso. Va bene, sappiamo tutti che il film non è mai come il libro, ma qui si supera il limite. La curiosità sorge spontanea: come fare un terzo film intero sulle poche pagine che restano de Lo Hobbit?

 

Daniele: Il ritorno di Peter Jackson alla guida del mondo Tolkien venne accolto con entusiasmo. La trilogia del Signore degli Anelli segnò una generazione, compresi quelli più scettici e più convinti nel difendere lo scrittore e nel ritenere intoccabile il gioiello letterario.

Lo Hobbit, un’avventura fantastica e coinvolgente, capace di rapire il lettore e immergerlo tra hobbit, orchi, maghi, nani ed elfi. Più scorrevole, meno complessa, ma una storia eccellente (gli amanti di Tolkien sapranno leggere tra le righe). Come non osannare il ritorno dell’unico regista in grado di traslare tale avventura su pellicola?
All’annuncio di una nuova trilogia qualcuno comincia a farsi delle domande. Come è possibile espandere Lo Hobbit e spalmarlo su tre film di più di tre ore ciascuno?

La risposta si ha anche in questo secondo episodio: il mondo di Peter Jackson ha preso il sopravvento sul mondo Tolkien. Le parole dello scrittore servono da traccia per un mondo nuovo creato dal regista: quello di effetti speciali, 3D, HFR (48 fotogrammi al secondo invece dei tradizionali 24) e soprattutto quello di una (ri)scrittura creativa per riempire gli spazi. Così compaiono Legolas (Orlando Bloom) e Tauriel (Evangeline Lilly); si intrecciano triangoli amorosi, battutacce, scene di lotta visivamente impeccabili ma fuori contesto e inventate; Sauron diventa un trip di acidi mal riuscito.

I panorami sono stupendi e, grazie alla tecnologia, l’immersione è totale. Il lavoro è stato enorme e il risultato eccellente (compresa l’animazione di Smaug [con la voce di Benedict Cumberbatch], deuteragonista di questo secondo episodio).

Eppure si esce dal cinema con gli occhi pieni di colori e immagini, ma certi di aver perso quell’entusiasmo che coinvolse un’intera generazione che ancora oggi si ritroverebbe volentieri per una maratona della trilogia del Signore degli Anelli. Per Lo Hobbit la maratona è già iniziata e, pur essendo il traguardo vicino, non si capisce quale percorso si voglia intraprendere…

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