Memorie di una geisha

Il calendario dice che siamo ancora in estate ma si può affermare, senza troppe paure, che ormai è terminata visti gli indizi inconfutabili: gli studenti malvolentieri son dovuti rientrare in aula, i lavoratori hanno ricominciato a timbrare cartellini e aspettare con ansia i venerdì sera, per uscire a fare una passeggiata dopo cena è necessario un golfino e per fare 1 km a Milano si impiega una vita e mezza; rifocillati, ricaricati e contenti si ricomincia il normale tran-tran…purtroppo io n rimasta a casa e quindi non ho foto da mostrare agli amici né luoghi da segnalare, ma grazie ai libri son riuscita lo stesso ad andare lontano, scoprire altri luoghi e conoscere altri popoli e alla fine mi sento di consigliarvi uno dei viaggi fatti: quello nel Giappone di inizio secolo.

Sono gli anni ’30 e nella remota provincia giapponese una bambina molto graziosa, dai meravigliosi occhi azzurri, viene allontanata, in seguito alla morte della madre, dalla sua casa “ubriaca” (così soprannominata da lei stessa per il suo essere pendente) per essere affidata alle cure amorevoli di un facoltoso anziano uomo del villaggio… ma questo è ciò che la giovane Chiyo capisce e spera visto il suo repentino cambio di vita, purtroppo la realtà è ben diversa: il padre, non riuscendo a prendersi cura di lei e della sorella maggiore, le ha vendute. Dopo un lungo viaggio arrivano nella vastissima Kyoto, o meglio nel quartiere Gion dove vengono separate: Satsu, la sorella maggiore, viene portata via mentre Chiyo viene affidata a un okiya: la casa delle geishe, qui vengono istruite e ospitate durante tutto il loro apprendistato fino a quando saranno indipendenti. La protagonista entra così in contatto con uno stile di vita nuovo, al fianco di sconosciute coinquiline a cominciare dalla poco più grande Zucca (altro soprannome nato dalla brillante mente della protagonista), anche lei lì per intraprendere il cammino verso la professione di geisha, e da Hatsumomo una delle più importanti geishe di tutto il quartiere, una delle più pagate per i suoi servigi, che depositaria dei “trucchi” del mestiere dovrebbe essere l’insegnante di entrambe e farle proprie allieve. Purtroppo la vicenda non segue un così banale e lineare percorso, perché Chiyo si imbatte fin da subito nell’ostilità della grande geisha che ne teme la bellezza e la giovane età e così architetta vari escamotage per farla apparire agli occhi delle proprietarie dell’oikya, Zietta e la Madre, come un pessimo acquisto sul quale non vale la pena di investire né tempo né denaro, la bambina di campagna ritorna presto ad essere una normale servitrice addetta solo a servire i pasti e sistemare la casa. Chiyo non è destinata a rimanere sé stessa a lungo, interviene un fattore esterno inaspettato: notata e richiesta da Mameha, un’altra importante geisha, forse la più importante, viene nuovamente indirizzata e istruita nell’arte di intrattenere gli uomini. Grazie all’aiuto della sua maestra e di vari uomini facoltosi che la prendono in simpatia riuscirà a diventare una geisha, e non una normale ma la più importante, la più richiesta e la più costosa: ora è Sayuri. Purtroppo il destino non è compiuto e altri funesti eventi, come la guerra mondiale, cadranno su questa giovane donna che forse riuscirà fino in fondo a realizzare i suoi sogni.

Arthur Golden grande appassionato di Oriente e profondo conoscitore del Giappone, visto il Master in Storia del Giappone alla Columbia University, è riuscito a trasformare la sua passione in un successo planetario, dopo tanti studi ha tentato di articolare una probabile storia avvenuta 60 anni fa riuscendo perfettamente nell’intento. Due cose, in particolare, mi hanno colpito del romanzo e della scrittura dell’autore: innanzitutto il fatto di essere un uomo, annotazione che farà sorridere molti, ma l protagoniste sono tutte donne (con la D maiuscola tra l’altro) e se non avessi letto il nome sulla copertina in nessun modo mi sarei potuta accorgere del sesso dell’autore indice della sua profonda conoscenza dell’animo femminile e della sua ammirevole capacità di narrarlo senza cadere in sterili stereotipi, che visto il soggetto potevano facilmente nascere. In secondo luogo ogni descrizione, che fosse dei paesaggi o dei kimoni o dei gesti, durante la lettura, mi si è materializzata davanti agli occhi come una fotografia colma di colori, rendendomi davvero chiaro l’universo lontano, per luogo e tempo, in cui mi stavo muovendo; tali minuziose descrizioni, inoltre, non hanno il difetto di rallentare il ritmo della narrazione ma anzi ne sono parte integrante e a mio avviso non annoiano, anzi incantano.

Al successo letterario, come ultimamente spesso accade, è seguito un adattamento cinematografico: nel 2005 Rob Marshall, finanziato da S. Spielberg, ha tentato di portare quelle atmosfere e quei personaggi incantati sul grande schermo e io una volta finita la lettura ho deciso, titubante, di vedere cos’era riuscito a combinare. Vi avverto: il mio parere potrebbe essere una voce fuori dal coro perché oltre ad aver letto e sentito commenti positivi so anche che il film ha ricevuto riconoscimenti, anche importanti, ma io non concordo. Infatti, a mio avviso si tratta di un film come un altro, che non è riuscito a ampliare la bellezza del libro da cui nasce; ma bisogna chiarire che il mio disappunto non è dettato dal fatto che il regista non abbia voluto seguire fedelmente la storia, anche perché un libro tanto dettagliato e lungo richiedeva per forza qualche sforbiciata qua e là, ma dal fatto che è completamente assente l’aura poetica che ammanta ogni gesto e ogni luogo raccontato da Golden. Inoltre purtroppo quell’abilità descrittiva che prima ho tanto decantato non è riuscita ad essere presente nel film, anzi ironia vuole che le scene girate non siano riuscite a essere migliori e più spettacolari di quelle “fotografie” formatesi nella mia mente di lettrice, persino i kimoni, così abilmente descritti nel libro, mi sono sembrati quasi banali. Infine mi sento di dire, senza sminuire gli interpreti o meglio le interpreti della pellicola, che mi aspettavo una scelta di maggior impatto per le tre importanti geishe del libro: attendevo con ansia di vedere gli occhi di Sayuri e di imbattermi nelle bellezze incantevoli di Mameha e di Hatsumomo e purtroppo ho atteso invano!

Un appunto finale sul mestiere, praticamente ormai inesistente, della geisha perché se state pensando a una prostituta d’alto bordo vi sbagliate di molto. La definizione giusta, secondo me, di geisha è armonia e sensualità: infatti gli anni passati nelle apposite scuole servono a diventare abili nella danza, a padroneggiare uno strumento musicale e a rendere il proprio viso una maschera, mentre gli insegnamenti, di quella che si definisce sorella maggiore (colei che ti prende sotto la propria ala protettrice e ti aiuta a spiccare il volo da sola, ormai autonoma), servono a rendere ogni movimento completamente calcolato, ogni gesto utile a rendere la propria presenza piacevole e sensuale come il saper mostrare un lembo di pelle del polso mentre si versa del sake. È insomma una vita fatta di abnegazione, durante il giorno come durante le ore di riposo (visti gli accorgimenti per non rovinare mai le acconciature), e al servizio degli uomini, lontana anni luce dalla mera sottomissione sessuale intesa secondo la mentalità occidentale.

Ringrazio Marilena che mi ha iniziata a un mondo tanto bello e affascinante che non mi capacito d’aver scoperto solo adesso!

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