Selma – la strada per la libertà

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Ava DuVernay sceglie la vita di Martin Luther King e mette in scena la sua biografia, ma più che ripercorrerne tutti i tratti, sceglie un evento in particolare: la marcia da Selma a Montgomery, che nel 1965 segnò l’inizio della lotta per i diritti civili negli Stati Uniti d’America.

Quello che vediamo, oltre alla bravura e somiglianza impressionante di David Oleyowo, è un personaggio ritratto sia nei suoi momenti più alti – la sfida aperta con il presidente degli USA Lyndon (Tom Wilkinson) – sia nella sua normalità, tra i problemi che la vita scelta gli impone: rapporti familiari, le difficili decisioni, la paura di morire, le reazioni umane agli eventi.

Raccontando gli eventi in maniera lineare, la regista coglie però tutti gli elementi necessari a rendere grande il pastore King, elevandolo a eroe della modernità, in grado di racchiudere in sé tutto il popolo nero che richiede a gran voce i propri diritti, tra cui quello di poter votare (era sì lecito, ma nessuno riusciva a ottenere il visto, a causa di un forte sentimento razzista delle autorità).

Forse il distacco tra bianchi (bifolchi, razzisti, violenti e ignoranti) e i neri (ordinati, precisi, perbene) è rappresentato senza sfumature, ma in questo modo viene messa in risalto la situazione drammatica di quel periodo, e soprattutto si mette in risalto la capacità di un uomo solo di portare avanti la sua battaglia, senza ricorrere alla violenza (a differenza di un militante come Malcom X).

Con un piccolo cameo di Oprah Winfrey (anche produttrice), il film è una bellissima pagina di storia che può (e deve) insegnare qualcosa anche oggi.

La scena più cruda, il primo respingimento dell’avanzata della marcia sul Edmund Pettus Bridge, colpisce nel segno ed è sempre così quando la risposta ad una manifestazione pacifica è la violenza. La marcia riuscita, invece, viene corredata da immagini di repertorio, che distaccano quindi dalla finzione per riportarci ad un movimento e a una lotta che ci sono stati davvero, con uomini e donne pronti a mettere in gioco la propria vita per conquistare dei diritti negati.

Oscar alla miglior canzone per Glory di John Stephens e Lonnie Lynn.

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