Super 8

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Nell’estate del 1979 un gruppo di ragazzini si propone di girare un film horror per un concorso, disponendo di pochi mezzi, ma molta fantasia. Joe, che da pochi mesi ha perso la mamma in un incidente in fabbrica e vive con il padre vicesceriffo Jackson, presta le sue abilità nel modellismo e nella pittura per truccare i suoi amici: Alice, Charles, Preston, Martin e Cary. Il loro legame si rafforzerà quando, inconsapevolmente, saranno testimoni  di un disastro ferroviario causato dal professore di Biologia avanzata Woodward. Da quella notte Joe dovrà affrontare una delle più grandi sfide della propria vita, arrivando a confrontarsi con la creatura aliena.

Il film di J.J. Abrams, con la supervisione di Spielberg, si può leggere secondo due vie. Da una parte sembra che il regista voglia immergere lo spettatore nei suoi ricordi, in quegli anni in cui, quasi per scherzo, ha cominciato a girare i primi filmini. Abrams ci parla di cinema, del suo cinema; di come una semplice macchina da presa possa racchiudere in poche immagini un significato, un valore, un’emozione. Lo sguardo del regista – che è poi l’inquadratura – può raccontare una storia, una qualsiasi, anche senza avere a disposizione grandi mezzi, ma con la fantasia e le idee giuste. Una storia di sguardi che porta alla seconda via, quella degli sguardi appunto. Quando Alice e Joe sono in camera insieme e guardano i vecchi filmati della mamma di Joe, sono gli sguardi di quest’ultima a catturare l’attenzione. Sguardi in cui si riflettono le lacrime di Alice, il cui padre, probabilmente, non l’ha mai guardata in quel modo. Attraverso quelle immagini Joe, addirittura, sente quasi come se sua madre fosse ancora viva. Uno sguardo d’amore che ritrova negli occhi di Alice, ogni volta che la trucca o le chiede di provare una scena, ogni volta che la spia dallo specchietto retrovisore, ogni volta che si immerge in quella profondità.

E lo sguardo è la chiave di lettura del finale, quando Joe, una volta salvata Alice, si troverà faccia a faccia con la creatura aliena. Una creatura fino a questo momento inquadrata di sfuggita, sempre al buio, presentata come un essere crudele, ma, in realtà, in cerca della via di casa dopo anni di esperimenti e torture da parte del reparto speciale dell’esercito Air Force. Joe, grazie anche agli studi e alle testimonianze del professor Woodward, intuisce che la creatura aliena ha un suo obiettivo primario che non riesce a raggiungere. Quando entra in contatto fisico – e quindi psicologico – con l’alieno, questo percepisce qualcosa e apre, per la prima volta, gli occhi. Sono occhi quasi umani: è uno sguardo che porta dentro di sé tutte le sofferenze passate e presenti, ma allo stesso tempo è uno sguardo che sembra intuire e riflettere i pensieri di Joe. Quasi uno sguardo materno. Poco dopo la creatura troverà la strada verso casa, modellando la propria astronave così come Joe modellava i suoi personaggi o i suoi trenini.

Le poche parole dette da Joe all’alieno vanno al cuore della vicenda: andare avanti nonostante la vita abbia riservato delle crudeli esperienze. Il ragazzino, allora, si lascerà sfuggire di mano la catenina con la foto della madre, quasi a lasciar andare il passato, senza però dimenticare. E quella stessa mano stringerà la mano di Alice, come per sancire un passaggio in avanti, uno sguardo sul futuro.

Abrams dirige un buon film: la supervisione di Spielberg si nota chiaramente, sia in un finale forse troppo buonista e intuitivo, sia in quell’atmosfera anni ‘80 che rimanda appositamente ad altri film che hanno segnato il genere. Ma la capacità di Abrams, oltre ad avere un’ottima squadra alle spalle – dalla musica alla fotografia –  sta nel saper trasmettere un’emozione utilizzando due volte lo stesso canale:  la macchina da presa e la pellicola Super8.

One thought on “Super 8

  1. E.T. + I Goonies + Un film horror a caso dove non vedi chi è che fa casino e massacra tutti

    (chi ha scritto e/o diretto i due film citati poco sopra?)

    È supervero, il finale è buonista e melenso, e non poteva essere diversamente data la piega che hapreso il film sin dall’inizio, è un film ben fatto per certi aspetti ma nel complesso scade abbastanza: la tematica nostalgica è relegata a sfondo e sviluppata meno di quanto avrebbe potuto, il film è sorretto dal fatto che i protagonisti sono bambini (che sin comportano da adulti in modo abbastanza inverosimile,e sono bambini solo quando serve al film), ma la scena del treno che deraglia è una bomba.

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