The Butler, un maggiordomo alla Casa Bianca

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Con The Butler Lee Daniels ha realizzato un film che chiama gli Oscar, un film ispirato a un personaggio reale, che racconta la storia americana semplificandola e mostrandola al pubblico da un punto di vista particolare, quello di un uomo emarginato dalla società per il colore della sua pelle. Cecile Gaines, interpretato da Forest Whitaker, si ritiene un uomo fortunato, poiché riesce a imparare un mestiere dignitoso, quello del maggiordomo, dopo un’infanzia trascorsa come schiavo nero in un campo di cotone e poi come schiavo di casa. The Butler è un lungo flashback accompagnato dalla voce del protagonista, che ricorda i momenti più importanti della propria vita offrendo al pubblico una carrellata di eventi storici fondamentali per gli Stati Uniti d’America. Dopo il (nemmeno troppo) breve excursus sulla sua giovinezza, Cecile racconta come sia riuscito ad ottenere un posto di lavoro nientemeno che alla Casa Bianca, dove per ben trent’anni servirà tutti i presidenti in carica, da EisenHower (Robin Williams) a Reagan (Alan Rickman), passando per Kennedy (James Marsden), Nixon (John Cusack), Johnson (LievSchreiber).

Inutile dire che in quegli anni la condizione dei neri in America era piuttosto critica, l’integrazione sociale era pressoché inesistente e, proprio mentre il protagonista si costruisce una vita con la propria famiglia, si avviano i primi movimenti per la riscossa sociale, con Martin Luther King al comando. Cecile riesce a vivere questi eventi osservandoli da due punti di vista differenti, quello dei bianchi al potere, di cui è assiduo frequentatore a casa del presidente, e quello dei neri, di cui il suo primogenito si fa difensore aderendo al movimento di King. L’idea è molto interessante e, nonostante i toni un po’ troppo smorzati con cui la voce narrante elenca le vicende, l’interpretazione di Forest Whitaker è da elogiare. Il film scorre abbastanza bene, non risulta mai noioso e mescola scene drammatiche a momenti più leggeri, con una malinconia di sottofondo dovuta ai temi sociali affrontati. Insomma, nel complesso è un’opera abbastanza apprezzabile. Peccato che sia uno spudorato elogio della politica americana, dove anche gli errori più madornali commessi nella storia (prendiamone uno a caso, la politica di Nixon) vengono sminuiti. Va bene mostrare il lato umano dei presidenti, ma in alcuni casi l’espediente, seppur apprezzabile, non è credibile e rischia di trasformare in macchiette personaggi con una certa rilevanza (che sia essa positiva o negativa). Non vale portare nelle sale un bel film sull’America e sull’integrazione razziale terminandolo con l’arrivo di Obama, per di più con gli Oscar nell’aria. È come passare davanti al Kodak Theatre con uno striscione che recita “scegli me” destinato alla giuria. A quanto pare, però, stavolta il patriottismo non ha funzionato e The Butler non ha ricevuto nemmeno una nomination. Forse dopo Lincoln (bellissimo film polpettone, per carità!) anche gli americani ne hanno avuto abbastanza…

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