This must be the place

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Cheyenne (Sean Penn) è una rockstar la cui band, i Fellows, negli anni ’80 aveva un successo clamoroso; da anni, però, Cheyenne ha scelto di ritirarsi nella sua casa a Dublino dove vive con la moglie Jane (Frances McDormand). Un giorno, la notizia dell’imminente morte di suo padre, con cui aveva rotto ogni rapporto, lo costringe a intraprendere un lungo viaggio.

“My father is dying of old age, a non existing desease and i havent’ flown in thirty years.”
“Fear of flying isn’t your only problem”
“That’s true, I also have a mile fear of dying”

Cheyenne ha deciso di ritirarsi dallo show business e dal successo per andare a vivere con la moglie in Irlanda, cercando di isolarsi dal resto del mondo per restare nel proprio: un mondo che si è fermato agli anni d’oro, ma che ormai non trova più spazio in quello reale, progredito e mutato. Così Cheyenne è costantemente fuori dal tempo e dallo spazio, rimasto quasi un ragazzino nei panni di un adulto. Si trucca ogni giorno con maniacale precisione, gioca a pelota dentro una piscina vuota con la moglie, passeggia per la città portandosi dietro un suo stravagante amico e un trolley, cuoce al forno la pizza chiedendosi come la moglie abbia potuto far scrivere ‘Cuisine’ sul muro della stanza,  va a posare dei fiori sulla tomba di due ragazzi fin troppo legati ai testi delle sue canzoni, stringe un legame con la mamma e la sorella di uno dei due ragazzi, portando con sé il peso dei sensi di colpa. Cheyenne ha un modo di fare particolare che lo porta sul sottile confine tra la noia e la depressione. La telefonata dall’America, in cui gli viene riferito che il padre sta morendo, è il primo passo verso il cambiamento. I rapporti con il padre sono rotti da molti anni: Cheyenne ha sempre pensato che non lo avesse mai amato, soprattutto per quel suo modo di truccarsi e di vestirsi. Impaurito dal viaggio aereo, Cheyenne si imbarca per New York, ma arriverà troppo tardi. Suo padre giace sul letto di morte. In poco tempo scoprirà che suo padre ha vissuto uno dei periodi più oscuri della storia, subendo un’umiliazione che si era portato dietro per tutta la vita.

“What are you doing? Are you tryin’ to find yourself or something?”
“Not myself, I’m in New Mexico, not India”

 Se la prima parte del film ci narra il personaggio, ci racconta il mondo chiuso di Cheyenne, la seconda parte si apre al road movie, alla ricerca. Tra scene esilaranti e momenti più intensi e poetici, la caccia di Cheyenne al nazista viene raccontata da Sorrentino attraverso dei quadri. Il viaggio della rockstar attraversa un’America di periferia, lontana dalle grandi metropoli, in cui strani personaggi girano di notte vestiti da Batman o un indiano si fa dare un passaggio per fare una corsa nel deserto. Cheyenne cambia, forse inconsapevolmente, durante il viaggio, mentre incontra la moglie del nazista, chiusa nella sua casa di bambole, mentre sente elogiare la creazione del trolley direttamente dall’inventore (trolley che Cheyenne porta sempre con sé), mentre suona This must be the place duettando con un ragazzino, a cui comprerà una piscina per aiutarlo a superare la paura dell’acqua. Sorrentino ci racconta un’ America molto diversa dall’immaginario; la racconta tramite gli occhi stupiti di Cheyenne – gli occhi che guardano attoniti il pick up prendere fuoco perché è stato messo troppo olio – tramite quello sguardo infantile della rockstar, in cerca, più che di se stesso, di redenzione. Il peso che si porta dietro – il trolley – è un insieme di paure e di sensi di colpa che lo bloccano e lo ancorano al passato.

Home – is where I want to be/
But I guess I’m already there/
I come home – she lifted up her wings/
Guess that this must be the place.

Il lungo piano sequenza dedicato a David Byrne e alla canzone che dà il titolo al film è un emblema dello stile di Sorrentino. Un frammento prezioso, slegato completamente dalla trama, in risposta più a un desiderio personalissimo del regista che all’insieme del progetto. L’idea di questi quadri separati tra loro può non piacere, ma può risultare anche l’elemento vincente del film, che ne è pieno. A legare il tutto è la prestazione straordinaria di Sean Penn, che riesce a tenere in piedi tutto il film da solo, in un’interpretazione che profuma di Oscar.

The problem is that we move too quickly from the age in which we say ‘I will do so’ to one where we say ‘It’s gone this way'”.

Cheyenne capisce che deve cambiare, capisce che è passato il tempo di dire “è andata così” e vivere isolato nei sensi di colpa. Davanti al nazista, ormai un vecchio decrepito, isolato anche lui dal mondo civile – per ragioni differenti – Cheyenne deve decidere se vendicarsi o fare un passo in più, fare un passo oltre. Il monologo finale dell’aguzzino chiude la vicenda e la ricerca, ma soprattutto chiude l’evoluzione di Cheyenne, che riesce a liberarsi del peso che si porta dietro e di quel trucco teatrale che lo nascondeva nel suo mondo. Ora può finalmente guardare avanti e provare a vivere, lasciandosi alle spalle un mondo che non gli apparteneva più da tempo.
Sorrentino sviscera così il personaggio, dipingendo situazioni inverosimili e poetiche, dirigendo un attore straordinario e dando una scossa al cinema italiano, ormai alla deriva e senza più idee.

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