Under the skin

Under the Skin - Una poltrona per tre

Utilizzare la fantascienza per raccontare il senso della vita è da sempre una buona idea, soprattutto se la trama del film che si andrà a creare è ben strutturata e se i personaggi sanno esprimere appieno l’animo umano. Basti pensare ad alcune delle pellicole più celebri nella storia del cinema: al tenerissimo E.T. che scopre le emozioni umane, nel bene e nel male, a Moon, bellissimo e toccante, in grado di esplorare le possibilità del libero arbitrio (e scopiazzato in Oblivion, film del 2013 con protagonista Tom Cruise); impossibile non citare Il pianeta delle scimmie, di cui peraltro è appena stato proiettato il prequel . Mitico e imperdibile 2001 odissea nello spazio, un’allegoria dell’intera esistenza umana tutta ambientata tra la terra e lo spazio infinito. Insomma, la lista sarebbe davvero chilometrica, ma l’argomento centrale di questa considerazione a proposito della fantascienza ha un obiettivo differente: mostrare come il film britannico del 2013 Under the Skin, arrivato solo ora in alcune sale italiane, abbia fallito nell’intento.

Il regista Jonathan Glazer ha deciso di raccontare la storia di un alieno in visita sulla Terra che, prendendo le sembianze di una sexy woman mozzafiato (Scarlett Johansson), gira la Scozia alla ricerca di vittime sacrificali da annientare una volta sedotte. Con il procedere della trama e con l’incontro di persone sempre più particolari, la protagonista scopre nuove emozioni, arrivando ad umanizzarsi sempre di più e decretando la fine della propria esistenza. Se l’idea era quella di rappresentare la gamma dei rapporti e delle emozioni umane attraverso il contatto con l’altro, la trama avrebbe dovuto essere un po’ più consistente e non limitarsi all’elenco delle tappe percorse per strada da Scarlett Johansson. Le parti dialogate, pochissime e troppo scarne, si intervallano a un simbolismo scenico piuttosto confuso, dove la ragazza si denuda (per la gioia del pubblico maschile) instaurando un gioco sensuale con la vittima, fino a distruggerne l’esistenza. Bellissime le immagini dei paesaggi scozzesi, con scogliere selvagge e strade nebbiose dal sapore misterioso, ma non abbastanza da compensare a una visione piuttosto pesante, estenuante e troppo paradossale. Il rischio che si corre con questo tipo di film è proprio quello di creare qualcosa di poco toccante, che non riesce a esprimere l’idea di fondo, risultando così eccentrico ma non incisivo e rimanendo quasi una parodia del genere fantascientifico. Insomma, nonostante la presenza importante di una bravissima e bellissima attrice, Under the skin, tratto peraltro dal libro omonimo scritto da Michel Faber, non penetra sotto la pelle dello spettatore, non accende quell’interesse necessario a dar vita a qualcosa di memorabile. Sconsigliata la visione a chi non ha bevuto un caffè.

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