Febbre a 90′

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Dopo tutte le analisi sulle tifoserie, i loro comportamenti deviati e le violenze dentro e fuori agli stadi, sentite negli approfondimenti serali alla TV o lette sui giornali sportivi, fatte da esperti lontani anni luce dal conoscere realmente il clima e i personaggi presenti in una curva allo stadio finalmente possiamo vedere e capire il calcio attraverso gli occhi di uno che l’ha vissuto in prima persona. Infatti, Nick Hornby, attualmente scrittore affermato a livello internazionale, dal cui lavoro spesso e volentieri vengono ricavati film di successo, nel lontano 1992 si è presentato all’Inghilterra e al resto del mondo con questo libro. Un’autobiografia che racconta una sola parte di sé, a suo dire la più importante e forse anche la più ridicola (agli occhi di qualcuno persino squallida): quella che negli anni, settimana dopo settimana, si è accomodata sulle gradinate di Highbury per seguire le sorti dell’Arsenal.

È il 14 settembre 1968, l’Arsenal sta affrontando lo Stoke City, quando un giovane Nick Hornby, intento a superare la separazione fra i genitori e a trovare un punto di contatto con il padre, si innamora perdutamente del calcio e, soprattutto, della squadra di casa. Senza rendersene conto diventa, in pochissimo tempo, un irreprensibile sostenitore, sempre presente. Ed ecco che la vita quotidiana si lega indissolubilmente al mondo del calcio: le amicizie, gli esami a Cambridge, i cambi di professione, le prime ragazze, tutto questo viene ricordato, raccontato di sfuggita, grazie a vittorie e sconfitte (molto numerose) dell’Arsenal, l’unica vera presenza nella vita dello scrittore in grado di condizionarne gli umori. La spirale calcistica di Hornby non lascia superstiti e coinvolge famigliari (il padre che per stargli vicino patisce, più volte, il pungente freddo londinese), amici, colleghi e, quando verranno, fidanzate; il primo a non essere risparmiato è il lettore, che senza rendersene conto e qualsiasi sia la sua fede calcistica originale,  gioisce e si intristisce per i buoni e cattivi risultati del club londinese e piano piano conosce sempre più quel mondo calcistico, che, molto spesso, allarga i suoi confini e diventa qualcosa di più di un mero pallone lanciato in una rete (si pensi ad episodi come Hillsborough e l’Heysel).

Devo ammetterlo: sono poche le persone di sesso femminile alle quali piace, o anche solo interessa, il calcio (e a detta di alcuni uomini in grado di capirne qualche cosa) ed io sono una di quelle; non mi si può definire, però, una tifosa sfegatata sebbene guardi con piacere le partite in tv, se mi capita tra le mani la Gazzetta dello Sport la sfogli volentieri (tranne d’estate quando tutto langue e c’è solo il calciomercato, che noia!) e andrei allo stadio più spesso se il biglietto non fosse così caruccio… per questo ho molto apprezzato il libro. Ma per quanto io possa capire il senso dello stare a guardare la domenica, a volte anche più spesso,  22 ragazzi che corrono dietro a un pallone diretti da un omino fischiettante vestito di nero, non riesco a comprendere fino in fondo l’amore incondizionato di molti tifosi, come quello che Hornby ha per l’Arsenal. Sacrificare battesimi e cene di compleanno, organizzare le vacanze (e tanto altro) in base al calendario del campionato o entrare in depressione per una serie “infinita” di sconfitte mi sembra ridicolo, si rasenta la pura follia perché il calcio dovrebbe rimanere un contorno, uno svago e non essere il centro della propria vita. Devo dire che lo scrittore inglese, come in ogni suo romanzo, riesce a descrivere l’ossessione del protagonista, in questo caso sé stesso, con un’invidiabile sincerità mitigata dalla sua inconfondibile ironia con la quale tratteggia un uomo, ormai adulto, simpatico ed intelligente ma pur sempre in preda ad un’ossessione. Infatti, nel momento in cui un essere umano, uomo o donna che sia, arriva a definire la vittoria della propria squadra come il momento più bello della propria vita è oramai senza speranze!

“Nessuno dei momenti che la gente descrive come i migliori della propria vita mi sembrano analoghi. Dare alla luce un bambino dev’essere straordinariamente emozionante, ma di fatto non contiene l’elemento cruciale della sorpresa, e in tutti i casi dura troppo a lungo; la realizzazione di un’ambizione personale – una promozione, un premio, quello che vuoi – non presenta il fattore temporale dell’ultimo minuto, e neppure l’elemento di impotenza che provai quella sera. E cos’altro c’è che potrebbe dare quella subitaneità? Una grande vincita al totocalcio, forse, ma la vincita di grosse somme di denaro va a toccare una parte completamente diversa della psiche, e non ha niente dell’estasi collettiva del calcio .. siate tolleranti, quindi, con quelli che descrivono un momento sportivo come il loro miglior momento in assoluto. Non è che manchino di immaginazione, e non è nemmeno che abbiamo avuto una vita triste e vuota; è solo che la vita reale è più pallida, più opaca, e offre meno possibilità di frenesie impreviste.”

Per concludere un accenno alla vera nota ironica di tutto il libro: l’invidia, genuina, dello scrittore-tifoso verso il nostro calcio e i nostri stadi, proposti come esempio da seguire e futuro auspicabile per la realtà inglese… pensare che, dopo vent’anni, loro, quei britannici ubriaconi, hanno fatto progressi enormi (almeno in patria) e noi siamo rimasti gli stessi, o forse siamo persino peggiorati.

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