Il seggio vacante

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Vietato parlare di Harry Potter!

J.K. Rowling, dopo aver creato la saga più celebre al mondo e dopo aver goduto ampiamente del suo successo, ha messo un punto fermo a quel tipo di scrittura ed è andata decisamente a capo. Scelta saggia? Sicuramente intelligente, non aveva più senso vivere di rendita dopo una ben meritata gloria (che poi, di rendita ci vive comunque grazie agli incassi), per progredire come artista e come scrittrice doveva necessariamente tagliare di netto il legame con Harry Potter.

Ed ecco che finalmente, dopo anni di attesa da parte dei fan e di curiosità – magari anche un po’ scettica – da parte dei non fan, il nuovo romanzo arriva. Pubblicato in Italia nel dicembre 2012, il  tomo rilegato con copertina rossa intitolato Il seggio vacante si accumula formando pile nelle librerie, negli autogrill, nei supermercati, ovunque vi sia la possibilità di vendere una copia.

Come resistere?  Il nome dell’autrice, in teoria, dovrebbe essere una garanzia. Ma seguendo questo ragionamento ricadiamo nel meccanismo che lei stessa, forse, voleva proprio evitare: J.K. Rowling = Harry Potter.

Basta leggere le prime pagine per capire che il distacco ha funzionato. Il seggio vacante è tutta un’altra storia. Ambientato in una piccola provincia inglese, dove l’apparenza è uno degli elementi fondamentali per la sopravvivenza, il romanzo narra i ben poco sottili meccanismi della corsa al potere del genere umano che anche se posto di fronte alle situazioni più sconvolgenti non si arrende e continua imperterrito la propria marcia.

Tutto inizia (non è uno spoiler, accade nel primo capitolo) con la morte improvvisa di un consigliere della cittadina di Pagford, Barry Fairbrother, che lascia così un seggio vacante all’interno del consiglio. Partendo da questo sfortunato evento si innescano strani rapporti tra gli abitanti della provincia, apparentemente legati, chi più chi meno, a questo integerrimo personaggio che voleva difendere i deboli con buoni propositi e programmi vincenti. Nonostante a Pagford vi siano solo due fazioni politiche, il nucleo cittadino si disgrega ancora di più, guidato dal forte individualismo di ognuno dei protagonisti.

Ogni capitolo del libro tratta il punto di vista delle varie figure e narra i pensieri e le vicissitudini con uno stile differente a seconda del personaggio, una prova di abilità stilistica notevole, che testimonia il valore della scrittura di J.K. Rowling. Ma sembra che i pagfordiani siano fondamentalmente vuoti, con caratteri banali e poco profondi. Sarà un elemento voluto? Probabilmente in parte sì, ma non giustifica la sciattezza della trama.

La storia, infatti, è praticamente inesistente: se l’autrice voleva rendere l’idea di squallore e degrado di un paese falso e ipocrita non solo ci è riuscita appieno ma ha esagerato, offrendoci un romanzo a tratti irritante, statico e un po’ noioso. Il suo passatempo preferito oltre alla scrittura, cercare nomi strani di persona, trova libero sfogo con la creazione dei protagonisti della storia. Peccato che le descrizioni e le vicende di ognuno di essi non siano minimamente coinvolgenti e non destino la giusta dose di curiosità nel lettore che forse procede per inerzia, inseguendo una vana speranza fino alle ultime pagine: che accada qualcosa di interessante.

La speranza viene ripagata, ma non per forza in modo positivo. Un libro ben scritto, peccato che non abbia alcuna verve.  Il confronto con Harry Potter non è nemmeno lontanamente immaginabile, questo libro è tanto insignificante quanto Harry Potter era coinvolgente. Probabilmente la Rowling deve ancora trovare un equilibrio di stile e per farlo non le resta che andare per tentativi. Ma i lettori le rimarranno fedeli?

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