Storia di una ladra di Libri

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Storia di una ladra di libri di Markus Zusak mi è stato regalato e quando sotto la carta da pacco trovo un libro sono sempre felice, è sempre il regalo che preferisco, nonostante ciò rimango un po’ dubbiosa, perché per quanto ben conosca (e mi senta conosciuta) da chi me l’ha donato sono pur sempre una lettrice appassionata e molto esigente.

Nella Germania nazista, una piccola bambina, Liesel Meminger, viene adottata da una famiglia nella norma: padre imbianchino e buon suonatore di fisarmonica, madre stiratrice di professione e volgare fino all’esasperazione, ma non per questo senza cuore, con due figli lontani. La quotidianità della nuova arrivata, col tempo, si divide tra il calcio davanti alla porta di casa, l’odiata scuola, gli incubi rincorrenti e tanto altro; così a pochi chilometri dal campo di concentramento di Dachau una ragazzina scopre il mondo intorno a sé: l’amore di un padre, l’ebbrezza della gioventù insieme agli altri “compari” del quartiere, finché la sua vita non viene sconvolta da due cruciali incontri.

Il primo con le lettere, con la scrittura, ma soprattutto con la bellezza della lettura; un passatempo, che in poco tempo, si trasforma in una vera passione, tanto profonda da spingerla a salvare libri dai roghi nelle piazze e ad intrufolarsi nelle biblioteche altrui.

Il secondo con un giovane pugile che la sua famiglia nasconde, agli occhi del mondo e soprattutto a quelli del Führer, nella sua fredda ed inospitale cantina.

Non mi capitava da tanto tempo di tenere accesa la luce del comodino fino alle 4 del mattino per continuare a leggere, per non lasciare andar via la piccola Liesel. Per quanto io non possa attribuire a questo libro la stessa profondità di altri scrittori che mi hanno segnata, che mi hanno aperto gli occhi su cosa è la Scrittura (da Heminguay, passando per Garcia Marquez e tanti altri), allo stesso tempo non posso che riconoscere a Markus Zusak la sua bravura: il ritmo è sostenuto, la voce narrante è così insolita che per le prime pagine il lettore continua a chiedersi “ma ho capito male o è davvero la morte che parla?”, ma soprattutto la storia è ben articolata e rimane coinvolgente anche se spesso il narratore onnisciente sembra rompere il patos e svela il finale delle vicissitudini.  Tanto coinvolgente che anche quando la copertina è chiusa la storia non ti lascia, ti trovi a riflettere su cosa starà facendo la famiglia Hubermann anche nelle ore di lavoro.

Un appunto finale sulla grafica: ad un primo sguardo mi sono sentita disorientata e infastidita da questo continuo cambio di carattere e stile (un continuo alternarsi di grassetto, corsivo e normale) e da queste numerose note di lingua tedesca, ma poi mi sono abituata alle divagazioni quanto mai bizzarre della voce narrante. Bizzarre perché è la morte a parlare e per la prima volta, nella mia storia da lettrice, l’ho trovata partecipe e persino dotata di sentimenti umani che la rendono empatica nei confronti di alcuni dei numerosi sventurati che deve portar via con sé.

In conclusione mi si pone un atroce dubbio: che faccio, lo vedo il film o mi accontento delle immagini (per altro molto condizionate dall’illustrazione in copertina) che la mia mente ha creato?!

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