Wu Ming Foundation

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Tutto ha inizio nel 1994, quando un gruppo numeroso di artisti decide di riunirsi sotto un unico nome per opporsi al deterioramento dei cambiamenti culturali in atto. Ognuno di questi artisti si ribattezza Luther Blissett, con l’obiettivo di scatenare il caos all’interno dell’industria culturale del tempo. Il nome appartiene in realtà a un calciatore inglese degli anni Ottanta di origini afro-caraibiche, passato per un breve periodo nel Milan, senza lasciare una traccia degna di nota. In Italia, invece, il fenomeno Luther Blissett Project (LBP) diventa una leggenda e ben presto viene considerato come un eroe nazionale, un moderno Robin Hood che lotta contro lo strapotere dell’industria culturale in rapida trasformazione, organizzando campagne di solidarietà a vittime della censura o della repressione, e – soprattutto – orchestrando elaborate beffe mediatiche come forma d’arte, rivendicandole sempre e spiegando quali difetti del sistema ha sfruttato per far pubblicare o trasmettere notizie false. Il fenomeno si diffonde sempre più, al punto che viene elaborata un’immagine per creare un vero e proprio ritratto di Luther Blissett, assemblando più foto insieme dei parenti di un autore del LBP.

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Il progetto è attivo anche in paesi come Spagna, Francia e Inghilterra; in Italia realizza e costruisce leggende storiche, volte a prendere in giro quel mondo culturale altezzoso e snob, portatore della verità assoluta sulla presunta ignoranza della gente comune. Così il LBP crea artisti dal nulla, inventa profili di autori geniali di opere e non sono in pochi a cascarci.  Nel gennaio del 1995 è presentato Harry Kipper, omonimo del vero artista; si tratta di un autore concettuale, scomparso in sella alla sua bici al confine italo-jugoslavo, mentre era intento a tracciare la parola ART sul terreno europeo. Un artista scomparso, poco conosciuto, potrebbe essere uno scoop grandioso, dando prova di grande attenzione all’arte di autori meno famosi. Così la trasmissione Chi l’ha visto si scatena e va alla ricerca di questo personaggio; la figuraccia è evitata per un soffio e la puntata registrata – con tutta la troupe televisiva dirottata a Londra – non va in onda grazie alla rivendicazione del LBP.

Nel Giugno dello stesso anno, alla Biennale di Venezia, sono esposti i quadri di un esemplare di scimpanzé, chiamata Loota; in realtà, i presunti esperti d’arte, che apprezzano i dipinti della scimmia, osservano semplice spazzatura artistica creata dal LBP. E ancora: un artista serbo rimasto ucciso dai bombardamenti NATO mentre si trovava in cella per condotta antisociale, autore di manichini che riproducono le morti violente di persone comuni – in realtà fotografie di cadaveri autentici prese dal sito rotten.com. Il LBP si inventa anche finti scritti e registrazioni che fanno credere a riunioni sataniche e messe nere nella regione Lazio nel 1997; Studio aperto quasi non crede alla possibilità di avere questo scoop e si lancia in servizi e analisi, mostrando addirittura un video improbabile di un presunto rituale satanico. Dietro a Studio aperto si susseguono articoli della Repubblica; operando in questo modo il LBP vuole dimostrare la scarsa professionalità di giornali e cronisti e l’infondatezza del panico morale. La smentita ufficiale arriverà dal Tg1 pochi giorni dopo, quando il LBP uscirà ancora allo scoperto.

Luther Blissett non è, però, solo scherzi e macchinazioni: nel 1999 è pubblicato in Italia il romanzo Q, scritto dalla colonna bolognese del progetto. Il libro ha un successo spaventoso ed è tradotto in inglese, spagnolo, tedesco, olandese, francese, portoghese, danese, polacco, greco, russo, ceco, turco, basco e coreano. Il romanzo è ambientato nel 16esimo secolo in Europa centrale, durante le sollevazioni contadine e rivolte popolari che per poco non hanno fatto “deragliare” la Riforma protestante, prima di essere soffocate nel sangue con l’entusiastico beneplacito di Lutero.

Nel mese di dicembre del 1999, gli autori del LBP commettono un suicidio simbolico, detto ‘seppuku’ , termine giapponese che indica lo specifico rituale del suicidio tipico dei samurai. Ai quattro scrittori di Q, si unisce un quinto elemento e, insieme, danno vita al gruppo dei Wu Ming – per esteso Wu Ming Foundation. Wu Ming è un’espressione cinese e può assumere il significato di “Cinque nomi” o di “Senza nome”, a seconda della pronuncia. Ancora una volta l’impronta iniziale è quella di rifiutare la macchina fabbrica-celebrità; questa stessa frase, del resto, è utilizzata dai cinesi che lottano per la libertà di espressione. In realtà gli autori della Wu Ming Foundation sono tutt’altro che anonimi. Roberto Bui è Wu Ming 1, Giovanni Cattabriga è Wu Ming 2, Luca di Meo è Wu Ming 3 – ha lasciato il progetto nel 2008, Federico Guglielmi è Wu Ming 4 e infine Riccardo Pedrini è Wu Ming 5. Insieme scrivono numerosi romanzi, tra cui 54, Manituana e Altai; ma ogni membro ha scritto anche dei libri da “solista”. Non mancano le numerose dicerie costruite intorno a questi autori, molto spesso considerati anonimi o inventati; in realtà il loro sito internet è ben visibile e la loro storia è a disposizione di tutti. Per maggiori informazioni si può consultare il sito ufficiale : http://www.wumingfoundation.com/index.htm.

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