Mario Monicelli (1915-2010)

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Il 29 novembre la notizia ha fatto il giro del mondo: Monicelli si è suicidato. Il mondo del cinema perde una pietra miliare, un pezzo grosso, un genio. Ricordarlo per come è morto sarebbe una tremenda ingiustizia, un tradimento; anche se in Italia si approfitta subito per creare discussioni che nulla hanno a che vedere con il cinema. Era ateo; era comunista; è morto da uomo libero; era quello ed era questo. Si è parlato perfino dell’eutanasia. Chiacchiere. Parlare dell’uomo Monicelli si può, per carità; ma a parlare per lui sono i suoi film, il suo genio, le sue creazioni nella settima arte. Tutto il resto può andare bene per enciclopedie e libri di storia cinematografica.

I grandi esordi, dopo un primo periodo di sperimentazione, sono negli anni in cui lavora insieme a Steno (dal 1946 al 1952). Iniziano così a comparire le prime commedie del dopoguerra, tra cui va ricordata Guardie e ladri con il grande mattatore Totò. Lo spartiacque della sua carriera è nel 1958, quando Monicelli gira I soliti ignoti, un capolavoro che segna la nascita di un nuovo genere: la commedia all’italiana. Un film in cui si leggono solo nomi leggendari a partire dagli sceneggiatori –  Age, Scarpelli e Suso Cecchi D’Amico, quest’ultima scomparsa poco tempo fa -, fino ad arrivare agli attori: Totò, Mastroianni, Gassman, Cardinale, Carotenuto e il grande “Capannelle” (Pisacane). Rivoluzione del genere: non più commedia che attinge dall’avanspettacolo e attori come marionette, ma commedia che prende spunto dalla realtà, affidata a sapienti sceneggiatori e non a mattatori. Il film è stato concepito anche in chiave drammatica, se non addirittura tragica, dove elementi come la morte e il fallimento condiscono la descrizione della città di Roma fatta di case popolari, degrado e povertà. Una commedia in grado di descrivere la società in modo così romantico non si era mai vista e soprattutto mai si era levata una critica così pesante, facendola passare tra una risata e l’altra.

Nel 1959 Monicelli vince il Leone d’oro con La grande guerra. Sordi e Gassman si affiancano, in un connubio tra commedia e tragedia, nell’affresco ironico e struggente della vita di trincea. Scene di massa si oppongono alla vita dei protagonisti, tipici antieroi e consapevoli della catastrofe che li travolgerà, ma comunque pronti a lottare. Monicelli si inserisce nuovamente in un genere, quello della guerra, per modificarlo radicalmente e apportare sostanziali modifiche, riuscendo a creare qualcosa di nuovo.

Gli anni Sessanta si aprono con i film a episodi, Boccaccio ’70, Alta infedeltà e Capriccio all’italiana. Un altro capolavoro nasce nel 1966: L’armata Brancaleone. In scena ancora i perdenti in cerca di riscatto tanto cari a Monicelli, rappresentati da un cast stellare come sempre: Gassman, Volontè, Spaak, Salerno, Lulli e Pisacane. La vicenda si sposta indietro nella storia, con una rappresentazione farsesca del Medio Evo e l’invenzione di quel particolare linguaggio divenuto un simbolo. Sebbene sia una commedia in costume, essa rientra nella commedia all’italiana per la rappresentazione di un’Italia famelica, appestata, meschina e infingarda, allo stesso tempo capace di gesti eroici compiuti da personaggi tutt’altro che coraggiosi. Monicelli stesso parlò del film come progetto pedagogico, come insegnamento per noi italiani: in società ci deve essere posto anche per gli emarginati, gli eterni sconfitti, i perdenti. Alla base si trova ancora quella profonda amicizia che troverà la sua massima consacrazione nel 1975 con Amici miei.

Il Necchi, il Melandri, il Perozzi, il Sassaroli e il Mascetti. La supercazzola. Bastano questi nomi per fare un altro capolavoro. Cinque amici ormai cinquantenni affrontano i loro disagi provocando scherzi e facendo dell’ilarità la loro linea guida. Nuovi anni, nuove tematiche. La disillusione degli anni Settanta che colpisce l’Italia si riversa tutta nei quattro amici: la risata provocata dalle loro “zingarate” si muta subito in malinconia e tristezza; il lieto fine lascia il posto alla disperazione e alla precarietà della vita umana. Il gruppo di amici combatte contro i pericoli esistenziali della società, esorcizzandoli con scherzi e battute. Anche il secondo capitolo verrà diretto da Monicelli, mentre il terzo sarà affidato a Nanni Loy.

L’apice della risata è raggiunto con Il marchese del Grillo del 1981, in cui uno straordinario Alberto Sordi recita a briglia sciolta – e in romanesco – le parti di una marchese burlone, riaprendo i temi dello scherzo e della farsa, ma abbandonando quelli della commedia all’italiana, conclusa con il secondo capitolo di Amici miei. Il marchese è una maschera nobile che prende in giro tutto e tutti, senza però mettere in discussione il sistema attuale e senza proporre qualcosa per cambiarlo. Soffrendo i vincoli dettati dalla società egli li combatte a suo modo con scambi di identità, scherzi di cattivo gusto e tante risate, perché, alla fine, è lui stesso a dirlo: “Ah… Mi dispiace, ma io so’ io, e voi nun siete un cazzo!”.

L’elenco dei film è ancora lungo e analizzarli tutti necessiterebbe un’enciclopedia; vanno ricordati, tra le tante pellicole, La ragazza con la pistola (1968), Un borghese piccolo piccolo (1977), Romanzo popolare (1978), Speriamo che sia femmina (1985), Parenti serpenti (1991) e il più recente Le rose del deserto (2006). Senza dimenticare i lavori per la televisione e per il teatro, senza dimenticare i numerosi premi, come il Leone d’oro per La grande guerra e quello alla carriera; come i premi a Berlino; come i Donatello, i Nastri d’argento e la nomination agli Oscar per miglior film straniero (La grande guerra).

Ci lascia un grande del cinema, un uomo che ha impresso il segno nella storia e ha dato un’immagine culturale all’Italia; anche se si può criticare, si può non amare per quello che era, bisogna rispettare il suo lavoro e il suo genio; lasciamo da parte squallide conversazioni e ammiriamo in silenzio i suoi film da cui si possono trarre validi insegnamenti, anche con un sorriso.

Il cinema non morirà mai, ormai è nato e non può morire: morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo non mi frega niente.

(Consegna del Leone d’Oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1991)

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2 thoughts on “Mario Monicelli (1915-2010)

  1. Senza rileggere quello che si scrive, si va poco lontano! Con il nome Suso viene naturale scrivere al maschile, senza pensare che fosse uno pseudonimo! Corretto l’errore, ringrazio per la nota!

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