Lost

SpecialeGiugno

Raccontare Lost è impresa ardua. Impossibile riassumere brevemente la storia per chi non avesse avuto a che fare con una delle più belle e intriganti serie di tutti i tempi, durata 6 stagioni, per 6 lunghi anni fatti di attese e di misteri. Qualcuno ha provato a riassumere tutta l’epopea dei sopravvissuti al tragico incidente sull’isola, andando oltre la semplice facciata e cercando risposte nella filosofia, nella religione o semplicemente nella genialità degli sceneggiatori. Lost ha dentro di sé diverse spiegazioni: ognuno può guardarlo dal suo angolo, dalla sua prospettiva e trovarci addirittura una chiara esemplificazione dei modelli di vita già teorizzati da filosofi (che ritornano abbondantemente nei nomi dei protagonisti, vedi Locke, vedi Hume, vedi Rousseau…). Ogni stagione aggiunge elementi, citazioni, frasi che potrebbero dare un nuovo volto alla serie: come non citare l’eterna lotta tra Jacob e l’Uomo in nero, che assomiglia molto alla lotta tra Bene e Male, tra Dio e il Diavolo, tra Bianco e Nero, ma che assume altri toni in poche puntate. Come non vedere la predominanza di Jack, il pastore (Shephard, appunto), e il suo sacrificio finale per salvare l’isola e i suoi compagni. Tante interpretazioni anche sull’isola, luogo di perdizione, luogo alternativo al purgatorio, vero e proprio banco di prova prima dell’eterna passeggiata verso l’aldilà. E tante altre letture possibili, tanti modi per apprezzare il genio di J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber che hanno creato un capolavoro apprezzato in tutto il mondo.

Ma le spiegazioni non bastano mai, perché “ogni nuova risposta non fa che far nascere altre domande”, come suggerisce un personaggio proprio all’interno della serie. Troppi misteri, troppe questioni aperte, troppa attesa per rimanere soddisfatti nel finale di stagione di un mese fa. Lost è finito e non sembra vero, per chi (come chi sta scrivendo) lo ha seguito anno dopo anno, puntata dopo puntata, odiando le attese estive o le pause tra una stagione e l’altra. Attese che lasciano un desiderio ancora maggiore di andare avanti, dal momento che il colpo di scena finale è praticamente garantito per ogni singolo episodio. Un’arma a doppio taglio, perché, come è stato detto, non è facile dare risposte soddisfacenti a tutte le domande.

Il volo 815 dell’Oceanic, precipitato nel lontano 2004 sull’isola, portava già dentro di sé le potenzialità per un lungo intreccio di storie di gente comune, di personaggi che col tempo sono entrati nell’immaginario collettivo di tutti i fan, fino a renderli reali, umani. Il chirurgo Jack Shephard (Matthew Fox), la fuggitiva Kate Austen (Evangeline Lilly), il truffatore James “Sawyer” Ford (Josh Holloway), l’ex-guardia repubblicana irachena Sayid Jarrah (Naveen Andrews), il misterioso John Locke (Terry O’Quinn), lo sfortunato vincitore della lotteria Hugo “Hurley” Reyes (Jorge Garcia), la rock star Charlie Pace (Dominic Monaghan), ex-militante insieme al fratello Liam nel gruppo dei DriveShaft, la ragazza madre australiana Claire Littleton (Emilie de Ravin), i coniugi sudcoreani Sun-Hwa Kwon e Jin-Soo Kwon (Yunjin Kim e Daniel Dae Kim), Michael Dawson e il figlio Walt Lloyd (Harold Perrineau Jr. e Malcolm David Kelley), l’ex-insegnante di danza Shannon Rutherford (Maggie Grace) e l’imprenditore e fratellastro di Shannon Boone Carlyle (Ian Somerhalder). E ancora altri personaggi, comparsi poi sull’isola: l’ex-soldato scozzese Desmond Hume (Henry Ian Cusick), il capo degli “altri” Ben Linus (Michael Emerson) e la dottoressa Juliet Burke (Elizabeth Mitchell).

Se fin dalla prima stagione conosciamo i protagonisti attraverso lunghi flashback che ripercorrono i momenti e le scelte fondamentali delle loro vite, successivamente la storia si evolve introducendo viaggi nel tempo e scombinando il normale corso dell’esistenza, presentando dei flashforward. Agli autori piace molto giocare col tempo, andare al di fuori del normale percorso della vita di tutti i giorni, oltre i limiti, sconfinando in mondi ipotetici e in realtà alternative. Il tutto senza uscire dai binari della normalità, lasciando che i personaggi restino ancorati al favore del pubblico, presentandoli sempre come normali esseri umani e non dotati di poteri divini. Le loro storie sono appassionanti, con l’aggiunta dell’amore che scatena passioni e gelosie, abbandoni e delusioni, fino all’ultima puntata per una totale riconciliazione e ritrovamento degli amori perduti. Un finale dove vince più il cuore che la mente; in risalto sono loro, i protagonisti. Non l’isola, non i misteri, non gli enigmi o antiche civiltà, non i numeri ( gli ossessionanti 4,8,15,16,23,42), non le varie stazioni della Dharma: alla fine della serie ritroviamo tutti insieme, per un ultimo viaggio, dopo aver vissuto delle esperienze così forti da creare legami indissolubili; un filo rosso che ha unito le loro vite a partire proprio da quell’incidente del volo 815. Passa in secondo piano anche la morte, che dovrebbe calare il sipario su tutti e tutto; invece i sopravvissuti al disastro aereo riescono a “vincerla” proprio grazie alla loro esperienza e alla loro volontà, ritrovandosi tutti insieme in una lunga serie di appassionanti flashback che ripercorrono quel filo rosso tracciato tempo prima.

Lost non va visto di sfuggita; non può essere apprezzato guardando un episodio qua e là con la pretesa di poterlo giudicare. Lost va gustato puntata dopo puntata: ogni particolare è ripreso, o forse è semplicemente lasciato nella narrazione per stuzzicare la fantasia dello spettatore e per farlo ragionare e letteralmente impazzire in cerca di risposte. Lost fa amare i suoi protagonisti, ti fa penetrare nelle loro vite, dentro le loro paure e le loro emozioni, a tal punto da considerarli compagni di viaggio della vita. Sono loro effettivamente il cuore di Lost, il motore che muove tutti gli eventi; sono loro che si stagliano sopra a tutto, senza possedere in realtà nessun potere particolare, se non quello di amare e legarsi alle persone con cui hai condiviso tutta una vita.

Lost ci mancherà; difficilmente assisteremo a un’ altra serie di questo genere. Anche se ci saranno altri tentativi di emulazione, Lost ha lasciato un segno troppo grande per essere spodestato dall’olimpo delle serie tv. Poco importano i commenti di chi è rimasto deluso per il finale, anche se alcune critiche sono più che giustificate (era difficile accontentare proprio tutti): Lost ci ha portato sull’isola e ci ha fatto apprezzare un modo di vedere la vita, circondati da quelle persone che più ci condizionano e ci sostengono nei nostri valori positivi.

2 thoughts on “Lost

  1. Hai detto tutto: “Un finale dove vince più il cuore che la mente”.
    L’isola c’è stata, è esistita, e esisterà per sempre. Ci ha regalato avventure incredibili, misteri inarrivabili, emozioni travolgenti. Sorrisi e lacrime, tante lacrime! Ma nel finale Lost, ancora una volta, si è rivelato unico nel suo genere. E’ come se, proprio nel momento culminante dell’episodio finale, quando tutti eravamo presi dalla conclusione di un’avventura durata sei anni, gli autori ci avessero voluto dare un pizzicotto e farci capire che il centro di tutto non è l’isola, bensì gli uomini che ci sono passati. Chissenefrega della Dharma! Chissenefrega del fumo nero! Lascia perdere gli orsi polari, lascia perdere l’elettromagnetismo! Dimenticati della botola, scordati di Jacob! Piuttosto guarda cosa ha significato l’isola per i personaggi, prendi coscienza di cosa si sono inventate quelle anime per ritrovarsi!

  2. Un sentito ringraziamento a J. J. che ci ha dato 6 anni di gioia e dolore!
    Decisamente un “must” per gli appassionati di telefilm. Una serie che ti prende e non ti lascia più, la porterai sempre con te nel cuore!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.